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Traduzione: Dalia Betti (SDSQUAD http://my.w.tt/UiNb/lS5QDHOpYx )

Copertina: Nina M

 

Tutti i diritti riservati. Qualsiasi riproduzione di questo materiale coperto da copyright non può essere condivisa per intero o in parte senza l’esplicito permesso dell'autrice

 

Questa è una storia inventata. Nomi, personaggi, posti e fatti sono prodotto della fantasia dell'autrice o sono usati in un contesto immaginario. Ogni riferimento a persone reali, vive o morte, affari, compagnie, eventi o locali è puramente casuale.

 

Copyright © Jamie McGuire 2015

 

 

Episode One: Newlyweds

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CAPITOLO 1- NOVELLI SPOSI (Newlyweds):

ABBY:

Travis si alzò sopra il letto e si mise sopra la nostra valigia dividendo tranquillamente la biancheria sporca. Teneva di fronte a lui il mio abito da sposa , e dopo qualche secondo lo stese con attenzione sul nostro piumino. Il satin e il tulle erano un po' piegati e arruffati, in parte per il viaggio, ma soprattutto a causa della nostra prima notte di nozze. Travis mi aveva preso come se gli fossi appartenuta; tutti i suoi dubbi erano finalmente spariti.

Ora, soli nel nostro appartamento, era più rilassato di quando eravamo all'aeroporto di Las Vegas. Eravamo tornati alla realtà, ancora sposati, ancora insieme.

 

Tenevo alzata la mia mano sinistra guardando il mio anello di diamanti nello stesso modo in cui Travis aveva ammirato il mio abito da sposa solo un attimo prima. Feci ondeggiare le mie dita notando che Travis mi fissava focalizzandosi sulla mia mano. Una parte della sua bocca si piegò in un mezzo sorriso.

 

"Stai bene?" Chiese per la terza volta da quando eravamo tornati a casa.

 

"Sono ancora la signora Maddox." Dissi, avvicinandomi ad egli per mettere il braccio intorno al suo collo. Mi appoggiai con tutto il mio peso sopra di lui chiudendo gli occhi quando le sue soffici labbra sfiorarono le mie. "Spero che avremmo tempo per noi prima che ricominci la scuola."

 

"Possiamo saltare un paio di giorni." Sussurrò sulla la mia bocca. Esaminò la mia faccia con i suoi caldi occhi marroni, il suo viso era ornato dalla barba di un giorno. Era incredibilmente bello come il giorno in cui l'avevo conosciuto, la pelle tatuata copriva i suoi muscoli scolpiti. I suoi tatuaggi andavano dall'artistico al tribale, ma nessunoper lui era prezioso come il mio nome scritto con un delicato carattere in corsivo sul suo polso, o la frase in ebraico lungo la sua cassa toracica, da sotto il suo braccio all'inizio della sua anca. Diceva: appartengo alla mia amata, e la mia amata mi appartiene, ed era vero. Ufficialmente. Io stessa mi ero fatta un nuovo tatuaggio a Las Vegas: Signora Maddox. Per qualcuno che non aveva mai considerato l'idea di averne uno prima, non potevo smettere di guardarlo... O di guardare il mio nuovo marito.

 

Mi liberai della sua presa e mi alzai. "Ho le valutazioni questo semestre. Non vorrei perdere nessuna lezione."

 

"Andrai bene." Disse, guardando le valigie disfatte. "Tu risolvi i problemi come io tiro i pugni."

 

"No," Dissi. "Niente è così bello."

 

Guardò dietro le sue spalle, fissandomi con una dozzina di emozioni che gli percorsero tutta la faccia, finalmente si stabilì uno sguardo pieno di ammirazione. "Mia moglie lo è."

Diedi un'occhiata intorno alla stanza e appoggiai le mani sulle anche, sollevando una ciocca di capelli ribelle dalla mia faccia. I vestiti sporchi erano ammucchiati in quattro pile intorno al letto. Mi chiesi come fossimo riusciti ad accumularne così tanti in pochi giorni. Alcuni quadri erano appesi al muro con delle foto in bianco e nero che rappresentavano ogni tappa della nostra relazione: amici, nemici, e amanti. Su ognuna di esse eravamo sorridenti, e Travis mi toccava ogni volta. La nostra camera mi era mancata, ma l'ultima volta che ci eravamo stati, avevo chiesto a Travis di sposarmi, mentre il suo viso era ancora macchiato di fuliggine dovuta all'incendio. L'odore di fumo era ancora nell'aria.

 

Shepley e America erano stati a Morgan Hall , dopo che noi ci eravamo recati a casa del padre di Travis per annunciargli che eravamo scappati per sposarci. America doveva andare a prendere la mia roba, per permettere a me e a Travis di avere del tempo da soli per disfare la valigia e sistemarci. Anche se l'appartamento era lo stesso che avevamo lasciato quando eravamo partiti, tutto era diverso. Raccolsi una delle pile di vestiti e mi diressi verso la porta, mi domandai se Travis si sentisse felice, ma disorientato come me.

 

"Dove vai?" Chiese Travis.

 

Girai il busto verso il letto.

"In lavanderia." Fece una smorfia ed io risi. "Sarò solo giù nell'ingresso, piccolo."

 

Annuì, ma avrei potuto chiedergli se fosse ancora preoccupato che il nostro matrimonio fosse solo un sogno, come se non fosse mai successo, e come se da un momento all'altro potesse sparire dalla sua vista, e lui si sarebbe svegliato solo.

 

Passai per la porta dell'ingresso in direzione del salotto, mi fermai meno di un metro dopo per aprire una porta scorrevole a destra dove si trovavano la lavatrice e l'asciugatrice. La macchina era rumorosa, ingiallita e più vecchia di me, ma funzionava ancora abbastanza bene. Misi dentro solo metà dei vestiti che avevo portato con me sapendo che il piccolo cestello non poteva contenere più di questo. Dopo che misi il detersivo, girai la manovella e chiusi il coperchio, qualcuno suonò alla porta.

 

Feci cadere il resto dei vestiti per terra, schivando il mucchio per correre attraverso il soggiorno. Guardai nello spioncino e deglutii,  prendendomi un momento per rimettere apposto i pensieri prima di aprire la porta.

 

"Salve." Dissi, provando a sembrare sorpresa.

 

I poliziotti non indossavano delle uniformi -ciò significava che erano detective- e non sembravano sorpresi di vedermi.

 

"Signorina Abernathy?" Chiese quello a sinistra. Era paffuto, la sua pancia sporgeva fuori dalla sua cintura allacciata e indossava una giacca un po' piccola. Sul tesserino appena sopra la tasca della giacca c'era scritto: Gable. Il suo partner, Williams, era vestito elegantemente con una maglia viola con il colletto e una cravatta coordinata. Incrociò le braccia, la sua pelle liscia e scura era in contrasto con la pelle rosata e lentigginosa di Gable.

 

"Si?" Chiesi, sapendo che Gable stava confermando, non chiedendo.

 

"Stiamo cercando Travis Maddox."

 

"È qui. È in bagno." Dissi sperando che Travis non sentisse con il rumore della lavatrice. Sarebbe stato più semplice coprirlo se fosse restato nascosto in camera. Avevo bisogno di prepararlo. Non era bravo come me a mentire perché non aveva mai avuto il bisogno di farlo. Non riuscivo a ricordare una sola volta in cui avesse detto una bugia in sette mesi da quando ci eravamo conosciuti.

 

"Possiamo entrare un attimo? Dobbiamo parlare con lui." Disse Williams.

 

"È per l'incendio?" Chiesi.

 

I detective si scambiarono un'occhiata già sapendo che sarebbero entrati. "Sì." Disse Gable. "Lei cosa mi puoi raccontare?"

 

"Ho visto il notiziario. Il prima possibile andremo alla casa della confraternita. Ha perso molti compagni. È a pezzi." Dissi, sapendo che l'ultima parte non era una bugia.

 

"È la sua ragazza?" Chiese Gable, chiedendo retoricamente anche questa volta.

 

"Moglie." Lo corressi.

 

Gli uomini si scambiarono un'altra occhiata. Williams si mosse guardando i suoi appunti.

"Sua moglie?"

 

"Si, siamo scappati questo weekend a Las Vegas e siamo tornati stamattina presto per l'incendio."

 

Gable strinse gli occhi. "Abbiamo un paio di testimoni oculari che dicono che Travis era nell'edificio al momento dell'incendio. Dichiarano che lui sia un abituale combattente nel... Ehm..." Guardò il suo ipad con gli appunti, "ring da combattimento fluttuante." Pronunciò ogni parola come se stesse parlando un'altra lingua.

 

"Penso che sia illegale mentirvi." Dissi, attaccandomi alla punta della porta. Gli uomini erano impazienti di sentire la mia confessione. "Ci siamo stati un paio di volte, non c'è molto da fare a Eakins." Sbuffai e poi finsi di essere a disagio e impacciata dal momento in cui loro non avevano trovato il mio scherzo divertente.

 

Gable si sporse un po', notando qualcosa dietro di me. "Signor Maddox?"

 

Mi girai vedendo Travis pietrificato nell'ingresso.

 

"Ehi, piccolo." Dissi. "Questi poliziotti stavano dicendo che tu eri al combattimento questo weekend. Stanno facendo delle domande."

 

"Potremmo entrare?" Chiese Williams.

 

"Certo." Disse Travis, schivando il mucchio di vestiti che avevo lasciato sul pavimento. Si pulì le dita sui pantaloni e offrì una ferma stretta di mano prima a Williams e poi a Gable per presentarsi ai detective.

"Travis Maddox."

 

"Piacere di conoscerla." Disse Gable, scuotendo la mano a causa della pressione che Travis aveva usato durante la loro stretta. Entrò, superandomi, evidentemente diffidente dell'uomo che stava affrontando.

 

"Avete conosciuto mia moglie." Disse Travis chiudendo la porta dietro i detective.

 

I poliziotti annuirono. Williams tirò su col naso. "A Las Vegas siete andati in macchina o in aereo?"

 

"In aereo." Dicemmo all'unisono, poi sorridemmo. Travis prese la mia mano e ci sedemmo sul divano.

 

Williams scelse la poltrona con lo schienale reclinabile. Gable occupò la maggior parte del nostro divano.

 

"Dicono veramente che lui era lì?" Chiesi.

 

"In realtà dicono che c'eravate entrambi." Disse Gable, scrivendo qualcosa nel suo quaderno per gli appunti. "Avete ancora la carta d'imbarco?"

 

"Sì." Dissi alzandomi. Quando fui in camera, scavai nella mia borsetta alla ricerca dei biglietti e della ricevuta dell'albergo. Volevo tenerli a portata di mano per quando gli investigatori sarebbero arrivati per fare le domande a Travis riguardo a dove si trovasse al momento dell'incendio. Afferrai il mio abito da sposa mentre stavo per uscire. Volevo lasciare Travis solo con i detective meno a lungo possibile.

 

"È stata una cosa veloce." Disse Williams sospettoso.

 

"Siamo appena tornati." Dissi. "Ecco, era tutto nella mia borsa." Dissi dandogli i biglietti e la ricevuta dell'hotel.

 

"Questo è il suo... Ehm..." Disse Gable, gesticolando in direzione del mio vestito.

 

"Sì." Dissi tirandolo su con fiero sorriso.

"Oh." Dissi, spaventando Travis. Mi precipitai di nuovo giù nell'ingresso, buttando il mio vestito sul letto e ritornai in salotto con una custodia per cd in mano. "Vi piacerebbe vedere la cerimonia?" Prima che potessero rispondere infilai il cd nel lettore e afferrai il telecomando.

 

Mi sedetti vicino a Travis, accoccolandomi contro di lui, mentre lo guardavamo mentre era in piedi vicino all'officiante e non smetteva di muoversi. Gli baciai la guancia, poi si girò verso di me appoggiando le sue labbra sopra le mie.

 

"Okay." Disse Williams, alzandosi. Il suo cellulare suonò ed egli lo portò all'orecchio. "Parla Williams. Cosa? Quando? È una stronzata e lo sai."

 

Travis mi rivolse una veloce occhiata, ma io continuavo a stringere la sua mano mentre cercavo di tenere il sorriso. Guardai la televisione, la registrazione mi aiutava a non concentrarmi su ogni singola parola di Williams.

 

Gable mimò con la bocca "cosa?" in direzione del suo partner.

 

Williams scosse la testa. "Sì, signore. Siamo qui ora. Lo capisco signore. Sì signore." Sospirò e mise via il telefono, guardando Travis con un'espressione scocciata. "The Federal Bureau of Investigation prenderà in mano il caso. Sono sicuro che avranno delle domande per te."

 

"L'FBI?" Chiese Travis.

 

Williams guardò il suo partner che era rimasto sbalordito.

 

"Così sembra, buona giornata signor Maddox e... Congratulazioni!"

 

Travis si alzo ed io lo feci con lui. Osservammo i detective andarsene e poi Travis cominciò a camminare avanti e indietro.

 

"Trav." Dissi raggiungendolo. Provai ad afferrarlo, ma egli non me lo permise. "Travis, fermati. Andrà tutto bene te lo prometto."

 

Si sedette sul divano appoggiando i gomiti sulle ginocchia e coprendosi la bocca e il naso con la mano. Le sue ginocchia rimbalzavano e il suo respiro era affannoso. Mi stavo trattenendo per non avere una crisi di nervi.

 

Mi sedetti accanto a lui toccando la sua spalla sporgente. "Eravamo a Las Vegas a sposarci. Questo è quello che è successo ed è quello che diremo. Non hai fatto niente di sbagliato Travis. Quello che è successo è orribile, ma non lascerò che tu ti abbatta per questo."

 

"Abby." Disse Travis attraverso le sue mani. Chiuse gli occhi e prese un respiro profondo. "Sapevi che sarebbe successo?"

 

Baciai la sua spalla. "Cosa intendi?"

 

"Che avrei avuto bisogno di un alibi."

 

Il cuore iniziò a battermi forte nel petto, colpendo la mia cassa toracica. "Di cosa stai parlando?"

 

Si girò verso di me con paura negli occhi, pentendosi già della domanda che stava per farmi. "Dimmi la verità."

 

Alzai le spalle. "Okay..."

 

"Mi hai sposato per tenermi fuori di prigione?"

 

Deglutii. Per la prima volta avevo paura che la mia famosa faccia da giocatrice di poker non mi avrebbe potuto salvare. Se avessi ammesso di aver creato questo alibi, Travis non avrebbe creduto che l'avevo sposato anche perché l'amavo e perché volevo diventare sua moglie. Non avrebbe creduto neanche che il mio amore nei suoi confronti fosse l'unica ragione per la quale avevo accettato di diventare sua moglie quando ero ancora una matricola -e avevo solo diciannove anni.- Non avrei potuto raccontargli la verità, ma non volevo iniziare il nostro matrimonio con un'enorme bugia.

 

Aprii la bocca per parlare non sapendo alla fine quali parole sarebbero uscite fuori da essa.

 

 


 

Episode Two: White Lie

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CAPITOLO 2-BUGIA BIANCA (White Lie):

ABBY:

"Travis." Iniziai, toccando il suo ginocchio. "Ti ho sposato perché ti amo."

 

"È l'unica ragione?" Chiese, preparandosi allo straziante dolore che la mia risposta gli avrebbe potuto provocare.

 

"No."

 

Il suo petto iniziò a gonfiarsi come se gli mancasse l'ossigeno. Un'ora prima, stava iniziando ad accettare che il nostro weekend non era stato solo un sogno. Un mese prima, avrebbe fatto a pezzi il nostro appartamento.  Lo potevo veder lottare contro sé stesso e contro l'impulso di sfogarsi su qualcosa, anche sotto il dolore immenso che provava. Vedere questo conflitto interiore mi induceva ad amarlo di più.

 

Travis guardò il pavimento quando iniziò a parlare. "Abby, quando dico di amarti... Non sapevo fino ad ora che avrei voluto qualcosa più intensamente di quanto abbia voluto che tu diventassi la mia sposa." Il suo respiro vacillò e lui liberò la voce dal tremolio. "Voglio che tu sia felice. Non dovevi fare tutto questo."

 

"Io sono felice. Oggi sono più felice di quanto non lo sia stata in tutta la mia vita. Domani, sarò ancora più felice, ma la tua felicità è importante come la mia, Travis, e..." Esitai. Non importava in quale modo avrei provato a spiegarmi, Travis non avrebbe capito. Scappare a Las Vegas per salvarlo dalla prigione era molto più di un capriccio per me. Forse non era stato romantico nello stesso modo in cui lui avrebbe voluto farmi la proposta, conoscendolo, ma avevo i miei motivi dietro i sentimenti. Per me era la prova che il mio amore nei suoi confronti andava oltre qualunque cosa che fosse importante per me, ma Travis non avrebbe potuto capirlo in ogni modo. Lo vedevo nei suoi occhi.

 

"Dillo e basta, Pidge. Devo sentirtelo dire. Ho il diritto di sapere la verità." Disse sconfitto.

 

Presi il suo viso tra le mani e sfiorai il suo orecchio con le mie labbra. "Ti appartengo." Sospirai. "E tu sei mio."

 

Si girò toccandomi la guancia con la punta delle dita, guardò i miei occhi più intensamente possibile per avere la certezza che fossi totalmente sincera.

 

Mostrai un piccolo sorriso lasciando che le mie preoccupazioni si nascondessero dietro di esso. Le parole che erano uscite fuori dalle mie labbra erano vere, ma sentivo il bisogno di proteggerle come se fossero state una bugia. Travis non aveva bisogno di sapere che io volevo salvarlo. Doveva solo sapere perché.

 

Annuì sospirando mentre rilassava i muscoli. "Hai mai desiderato che succedesse qualcosa, così fuori dalla tua portata, così impossibile che una volta successa hai stentato a crederci?"

 

"Sì." Sospirai baciandogli le labbra. "Ma sono tua moglie, nulla di tutto questo cambierà."

 

"Non lo so..." Disse, scuotendo la testa. "Venti anni di prigione potrebbero cambiarlo."

 

"Come puoi pensare di non avere il controllo di quello che ci sta succedendo? Mi hai fatto innamorare così tanto che mi hai convinto a farti la proposta a diciannove anni."

 

Rise.

 

"Non ti è mai venuto in mente che anche io possa avere paura di perderti?"

 

"Dove andrò?" Chiese tirandomi giù per farmi sdraiare sulla sua pancia. "Tu sei la mia ancora. Non c'è niente che vorrei se mi tenesse lontano da te." Gli angoli della bocca di Travis si sollevarono in un sorriso solo per un momento. "L'FBI sta indagando su di me, Pidge. Cosa succederà se sarò arrestato? Cosa succederà se me ne dovessi andare via per tanto tempo?"

 

Scossi la testa. "Non succederà. Tu non eri là. Noi eravamo a Las Vegas a sposarci." Tenevo alta la mia mano scuotendo le dita in modo che la luce si riflettesse sulle facce del mio diamante. La sua espressione fece diventare lucidi i miei occhi e io lo abbracciai, tenendolo stretto, accoccolando il mio mento nell'incavo del suo collo. Non dovevo nascondere il fatto di essere spaventata. "Non lascerò che ti separino da me."

 

"Qualcuno dovrà pagare per quello che è successo."

 

I miei occhi viaggiarono intorno a tutto l'appartamento fino a soffermarsi sulle piccole candele che avevo comprato nel piccolo negozio della Eakins e sul posacenere accanto alla porta che Travis prendeva prima di andare a fumare. Pensai alla sua spatola preferita vicino al mio servizio di cucchiai preferito nel cassetto in basso della cucina, i suoi bicchieri da shot accanto alle mie tazze per il caffè, i suoi calzini puzzolenti da palestra accanto al mio intimo di Victoria's secret. Pensai al campus della Eastern States e mi sentivo frastornata pensando a Travis, che in qualche modo, in un mare di dodicimila studenti aveva trovato me e a quel momento nella caffetteria in cui aveva iniziato a cantare solo per far distogliere l'attenzione da me. Mi ero trasferita dal Kansas all'Illinois solo per scappare dal mio passato e una persona con la faccia da combattente era l'ultima con cui avrei voluto mettermi, ma anche la persona che mi avrebbe amato più incondizionatamente e più intensamente di qualunque altra in tutta la mia vita. Travis Maddox mi faceva sorridere, mi faceva andare avanti tutti i giorni.

Non c'era Abby senza Travis.

 

"Non tu. Non hai scelto tu l'edificio. Non hai appeso tu le lanterne. Il fuoco è stato un incidente, Trav. Un orribile, terribile incidente, ma se la colpa è di qualcuno, non è tua."

 

"Come lo spiegherò a mio padre, Pidge? Come dirò ai miei fratelli che ho preso parte a tutto ciò? Alcuni membri della confraternita sono morti nell'incendio, cazzo." Disse, facendo passare la sua mano tra i capelli corti. "Trenton è quasi morto nell'incendio."

 

"Ma non l'ha fatto, Travis?" Scossi la testa. "Non puoi dirglielo. Non puoi dirlo a Shep o a Mare. Non puoi dirlo a tuo padre. Se glielo dicessimo la situazione prenderebbe una brutta piega e anche loro sarebbero nei guai."

 

Ci pensò per un attimo, poi annuì. "Ma... Se arresteranno Adam?"

 

Guardai in basso, insicura di come avrei gestito questa alternativa. Adam avrebbe potuto essere d'accordo a testimoniare contro Travis per ottenere meno anni di reclusione. Se più di una persona avesse ammesso che Travis era nel sotterraneo durante il combattimento, il suo alibi forse non sarebbe servito a niente. Guardai le sue preoccupate iridi color ruggine. "Ci penseremo quando sarà l'ora. Il primo passo è stato il matrimonio. Noi veniamo prima di tutto, ogni volta." Dissi, toccando il suo mento con il mio dito. "Prima noi, poi la famiglia e infine il mondo."

 

Annuì, prendendo il mio mento tra le dita e appoggiando le sue labbra sulle mie. "Ti amo fottutamente." Sussurrò.

 

Il campanello suonò, e poi America e Shepley entrarono all'improvviso attraverso la porta, entrambi tenevano in mano alcune pesanti buste marroni, stavano parlando di jalapeno, humus e coriandolo. Si fermarono appena dietro il divano, fissandoci mentre eravamo immobili a causa dell'imbarazzo.

 

"Cazzo, Shep? Bussa!" Disse Travis.

 

Shepley alzò le spalle muovendo al contempo la busta. "Io vivo qui!"

 

"Sono sposato. Tu sei il terzo incomodo. I terzi incomodi bussano." Disse Travis.

 

America agguantò le chiavi dalla mano di Shepley per farle vedere a Travis. "Non se il terzo incomodo ha le chiavi." Lo aggredì. "Ad ogni modo, Shep ha chiesto a Brazil di farsi prestare il suo camion per traslocare il resto della roba di Abby. Sei la benvenuta!"

 

Andò in cucina sbuffando per fare segno a Shepley di seguirla. Era ancora arrabbiata per la nostra fuga, non capendo chesgattaiolare via nella notte senza avvertire nessuno era l'unica cosa che avremmo potuto fare. Aprirono i mobili e cominciarono a scaricare le buste riempiendo gli scaffali quasi vuoti con barattoli, buste e scatole.

 

"Vi aiuto." Dissi iniziando ad alzarmi dal ventre di Travis. Lui mi tirò di nuovo giù e strofinò il suo naso contro il mio collo.

 

"Oh, no."  Ringhiò America. "Sei sposata ora. Lascia che i terzi incomodo mettano a posto i duecento dollari di spesa che hanno appena comprato."

 

"Wow, bravo Shep." Disse Travis, girando il suo sguardo verso la cucina e Shepley ammiccò.

 

"Io compro il cibo. Questo non è cambiato, vero Trav?" Disse Shepley.

 

"Certo." Disse Travis sollevando il pollice in aria.

 

"Devi insegnarmi." Dissi timida.

 

"A cucinare?" Chiese Travis. Io annuii. "Ma se ti insegnassi a cucinare, non cucinerei per te così spesso."

 

"Esattamente. Voglio aiutare."

 

Fece un largo sorriso e la fossetta gli comparve sulla guancia.

 

"Bene, la risposta allora è no."

 

Gli diedi un pizzicotto sotto al braccio, ridacchiando quando lui urlò di dolore. America andò verso il divano dove si intravedeva il telecomando conficcato tra i cuscini. Pensavo di avvertirla sul fatto che un grasso detective l'aveva tenuto caldo come una gallina sul nido, ma prima che lo potessi fare, America lo aveva già tirato fuori. Puntò in direzione della televisione, guardando lo schermo accendersi, istantaneamente. Esso mostrò il telegiornale locale. Stavano ancora parlando dell'incendio, il giornalista era in piedi accanto a Keaton Hall: sopra le finestre vi erano chiazze nere, mentre alcune parole gialle scorrevano in basso sullo schermo.

 

Mi toccai la gola deglutendo, ricordando il fumo e il terrore che avevo provato quando le fiamme mi si erano avvicinate. Ero confusa, persa e terrorizzata, sentivo che sarei potuta morire da un momento all'altro, fino a quando non avevo sentito la voce di Travis tra le urla provenienti dalla sala principale.

 

America si sedette lentamente sul divano, abbassando le mani e il telecomando per appoggiarli sulle sue gambe. "Emily Heathington è morta nel seminterrato. Era nella mia classe di nuoto sincronizzato." Disse America, ridendo senza spirito. "Odiava l'acqua. Diceva che il pensiero di non avere ossigeno sott'acqua la faceva diventare claustrofobica. Si era iscritta a lezione di nuoto sincronizzato per affrontare la sua paura. Per lei morire così è stato... Quasi uno scherzo del destino."

 

"Mare..." La avvisai, notando l'espressione di Travis.

 

"Sono così felice che voi non foste là al momento dell'incendio." Disse America pulendosi la guancia. "Non so cosa avremmo fatto se fosse successo qualcosa a uno di voi." Si alzò lanciando Il telecomando addosso a Travis. "Si, anche a te coglione."

 

Travis prese al volo con una mano l'oggetto di plastica nera. Non poteva vedere dietro i cuscini del divano, ma diresse la sua voce verso il cugino. "Dovremmo andare alla Sig Tau?"

 

"Ci sono appena stato." Disse Shepley. "È piuttosto tranquillo là. Molti ragazzi erano seduti in cerchio e guardavano il pavimento."

 

"Stavano parlando di organizzare una raccolta fondi." Disse America.

 

Travis annuì. "Sì, dovremmo assolutamente farla."

 

"Travis." Disse Shepley. "Come pagheremo l'affitto ora? Non abbiamo denaro sufficiente per pagare l'affitto d'estate. Non abbiamo più entrate."

 

"Troveremo un cazzo di lavoro." Disse Travis, sporgendosi all'indietro.

 

"Facendo cosa? Tutto quello che tu abbia mai fatto nella vita per guadagnare è stato tirare pugni, mentre io ho fatto solo delle chiamate. Faremo richiesta al Burger King?"

 

Guardai America, ma lei si limitò ad alzare le spalle. "Troverete qualcosa." Dissi. "Ho visto un annuncio per un tutor di Calcolo sulla lavagna di sughero, prima della ricreazione. Guarderò meglio."

 

"Oh, sì." Disse Shepley con un sospiro. "Divideremo l'affitto e le fatture in tre ora, questo faciliterà le cose."

 

"Le fatture le pagano i tuoi." Si lamentò Travis. "Non so di cosa ti preoccupi."

 

"Era bello non dover chiedere soldi." Disse Shepley.

 

"Shep..." Iniziò Travis. "Ti voglio bene cugino, ma uno di noi due deve trasferirsi."

 

"Cosa stai dicendo?" Disse Shepley.

 

America gettò un cuscino addosso a Shepley.  "Smettila! Non fare finta di non aver temuto che questo sarebbe potuto succedere sin dal primo momento che hai saputo del matrimonio."

 

Shepley ridacchiò. "Lo sapevo, ma volevo evitare il più possibile l'argomento."

 

In mezzo alle sopracciglia di Travis si formarono due linee. Shepley non sapeva che Travis si sentiva già abbastanza male per molti altri motivi. Travis fece un respiro profondo, scuotendo la testa. "Non troveremo niente che paghi così bene, te lo garantisco."

 

"Come dici tu..." Dissi toccandogli la schiena.  "Ora possiamo lavorare in due. Va bene lo stesso anche se guadagni meno, anche la metà."

 

"Questi soldi mi mancheranno." Disse guardando da un'altra parte. "Avevo dei progetti per noi."

 

"Come una macchina?" Gli chiesi.

 

Fece un sorriso. "Non preoccuparti per questo."

 

Lo baciai giocosamente. "Cosa intendi dire?"

 

"Intendo dire che a questo ho già rimediato."

 

"Hai comprato una macchina per noi?" Dissi alzandomi.

 

Non avevo mai avuto una macchina prima d'allora. L'unico mezzo di trasporto di Travis era la sua Harley Night Rod, anche se era incredibilmente sexy su di essa, era molto scomoda in inverno. Entrambi avevamo sempre fatto affidamento su Shepley per un passaggio o per farci prestare la sua macchina, ma ora che eravamo sposati, questo sarebbe cambiato. Tutto sarebbe cambiato. Non eravamo dei bambini che potevano dipendere dagli altri, eravamo una coppia sposata e dovevamo essere più responsabili e autosufficienti soprattutto per noi stessi.

 

Il matrimonio era molto più di una cerimonia e di qualche promessa. Non mi aveva mai preoccupato il fatto che Travis avesse un coinquilino quando ero la sua ragazza, ma il matrimonio aveva reso tutto diverso. Solo il fatto di non avere un veicolo era diverso, oppure un lavoro... La realtà cominciava a pesarmi, affondai di nuovo sul divano.

 

Travis mi guardò, interessato dalla mia reazione. "Che succede piccola?" Chiese.

 

Shepley ridacchiò: "Ora non hai neanche un soldo."

 

"Ora non abbiamo bisogno che tu viva qui." Borbottò Travis.

 

Shepley arricciò il naso come se avesse sentito un odore nauseabondo. "Questo è fottutamente maleducato da parte vostra."

 

Travis scavalcò il divano, placcando il cugino sul pavimento della cucina. Shepley grugnì quando il suo ginocchio colpì la porta dell'armadietto e poi strillò quando Travis gli strizzò i genitali.

 

"Smettila di giocare sporco, atleta disoccupato." Urlò Shepley.

 

America fece un balzo all'indietro, mancando per un pelo le gambe di Travis che si muovevano velocemente. Mi alzai per andarle vicino e le misi un braccio intorno alle spalle.

 

"Sei consapevole di quello che hai fatto?" Chiese.

 

"Tu sei la prossima." Dissi tirandola per un braccio.

 

"Oh, no solo perché ti sei sposata all'età di diciannove anni non significa che il resto di noi sia diventato pazzo come voi." Mi guardò confusa. "Ancora non capisco perché l'hai fatto. Travis sapeva che l'incontro più importante dell'anno era alle porte, Adam in qualche modo deve aver trovato qualcuno all'ultimo momento per sostituire Travis, poi è scoppiato l'incendio e subito dopo voi due avete deciso di scappare."

 

Travis rabbrividì ed entrambi i ragazzi fissarono America, respirando affannosamente.

 

"Abby..." Iniziò America sospettosa.

 

"Mare, non..." Dissi. "Non dirlo. Non pensarlo neanche."

 

"Ma ho ragione, vero?" Chiese.

 

"No." L'aggredii. "Eravamo in viaggio verso Las Vegas quando è scoppiato l'incendio. Che tipo di persone saremmo se facessimo una cosa del genere?"

 

"Intelligenti." Disse Shepley, alzandosi. Sì pulì i pantaloni cercando di riprendere fiato. Le sue guance erano arrossite a causa della lotta senza successo contro il cugino molto più grosso di lui.

 

Anche Travis si alzò facendo scorrere le braccia intorno ai miei fianchi. Tutti e quattro ci scambiammo delle occhiate, non sapendo cosa dire, ma in quel momento sapevo che Travis doveva sapere la verità.

 

Episode Three: Silver

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CAPITOLO 3-ARGENTO (Silver)

ABBY:

Piatti, pentole e pezzi di argenteria tintinnavano e si urtavano, ma i loro colpi erano attutiti dall'acqua versata dal rubinetto. Del vapore fluttuava dal lavandino mentre io e America sciacquavamo i pochi avanzi della pasta al pollo cajun di Travis dalle stoviglie che mettevamo nella lavastoviglie. Nessuno aveva parlato molto durante la cena, in parte perché Travis era un ottimo cuoco, ma soprattutto perché non sapevamo come parlare della realtà senza incriminare nessuno nella stanza.

 

"Era veramente l'unico modo?" Chiese America, passandomi una scodella.

 

"Non posso parlarne." Dissi. "È per il tuo bene se non lo faccio. Ma se vuoi saperlo... Sì, lo amo e sì, sono felice di essere sua moglie."

 

"Questo è tutto quello che avevo bisogno di sapere, Abby. Non te lo chiederò più."

 

"Questo è il motivo per cui sei la migliore amica di sempre."

 

"È vero, lo sono. Sei molto fortunata."

 

Feci un grande sorriso. "Lo sono."

 

America girò la manopola e la lavastoviglie iniziò a vibrare e a ronzare. Si asciugò le mani e si alzò in piedi dietro di me, abbracciandomi le spalle per appoggiare la mia schiena contro il suo petto. Il suo mento premeva delicatamente nell'incavo del mio collo, e poi mi diede un bacio sulla guancia, sussurrandomi all'orecchio. "Andrà tutto bene, te lo prometto."

 

"Lo so." Dissi. Guardando ancora in basso verso il lavello.

 

Gettai nella piccola vasca d'acqua un po' di sapone, strusciandolo sulla mia mano già secca come una prugna. I nostri problemi erano seri come pensavo, eravamo in guai seri, tutti noi, perché se Travis fosse affondato, tutti noi l'avremmo fatto con lui. Avevo già mentito a due detective, ostacolato la giustizia, avevo aiutato e incoraggiato Travis, non avevo accennato al fatto di essere una complice prima, durante e dopo l'accaduto. Ma, avevo accettato le conseguenze, qualunque esse fossero, se significava avere la possibilità che Travis non andasse in prigione.

 

Guardai mio marito dietro di me. Era in piedi con le sue grosse braccia tatuate incrociate e stava parlando con il cugino. Girò il suo cappellino da baseball all'indietro, spostando il peso da una gamba all'altra come se non potesse stare fermo. Shepley aveva un effetto calmante su Travis, e lo stava facendo scendere dalle nuvole. Sorrisi e guardai l'acqua che colava tra le mie mani, chiedendomi se le mie mani fossero veramente pulite.

 

Il sole stava iniziando a tramontare, gettando un calore rossastro attraverso il vetro della finestra dietro il lavello. Avevo la vista sul parcheggio, sull'appartamento sotto di noi e sui tetti degli edifici del campus se si sbirciava oltre gli alberi distanti poche miglia. Il cielo era nebbioso a causa del fumo che era uscito da Keaton Hall solo qualche giorno prima. L'incendio era stato una dell'esperienze più spaventose della mia vita, ma ero viva. La paura era solo un ricordo per me, ma aveva segnato l'ultimo momento per molti miei compagni di classe. Le loro urla rimbombavano nelle mie orecchie, chiusi gli occhi, provando a fermarle.

 

Mi asciugai le mani e mi girai, facendomi spazio nell'ingresso. Girai per arrivare in lavanderia, portando ceste piene di vestiti caldi e puliti in camera e mi sedetti sul letto. Essere impegnata mi faceva bene. Travis entrò facendo balzare la cesta quando si buttò a capofitto sul letto. Prese un paio di respiri profondi e poi si girò sdraiandosi sulla schiena incrociando le braccia dietro la testa. Fissava il soffitto mentre io girai intorno al letto per attaccare il mio abito da sposa sull'asta della tenda. I rami spogli degli alberi tremavano fuori dalla finestra a causa del vento. Avevo visto quasi tutte le stagioni far cambiare quegli alberi dalla finestra della camera di Travis, che ora era la finestra della nostra camera.

 

"Ricordami di prendere questo detergente per proteggerlo." Dissi, lisciando la gonna.

 

"Proteggerlo? Cosa diavolo significa?" Disse con un sorriso.

 

"Per non farlo ingiallire. Per mantenerlo nuovo."

 

"Per cosa?"

 

"Per sempre." Dissi, ritornando sul letto. "Come noi."

 

Travis scrutò il mio sguardo per un attimo, guardandomi tornare verso di lui con un sorriso di apprezzamento.

 

Continuai il noioso, ma benvenuto lavoro di ripiegare i vestiti di Las Vegas e gli asciugamani che avevamo usato per lavare via l'odore di fumo e la fuliggine dell'incendio. Travis incrociò le braccia dietro la testa e sospirò. "Non ho paura della prigione, Pidge. Per la prima volta da quando ti ho vista ho sentito... Non so. Suona perfettamente normale nella mia testa, ma se lo dicessi a voce alta..."

 

"Dillo e basta."

 

"Ci sono per te, Abby. Solo questo. Ho fatto tutto quello che potevo per non separarmi da te. Cosa farò se non ti potrò più rivedere? O toccare i tuoi capelli? Il modo in cui i tuoi occhi guardano la luce del sole? Sentire i tuoi capelli bagnati contro il mio braccio quando mi addormento la notte? Non ho mai avuto paura di niente, ma questo mi spaventa a morte."

 

"Non andrai da nessuna parte." Dissi. Avevo un'espressione tranquilla, ma tutto quello che stava dicendo era terrificante.

 

Allineai i suoi calzini e li piegai uno sopra l'altro. Quelli eravamo io e Travis, un grosso fascio di nodi. Anche quando eravamo lontani, noi eravamo insieme.

 

"Non puoi nasconderlo, Abby." Disse. "Non mentirò. Se ho sbagliato, merito..."

 

"Basta!" Dissi lanciandogli i calzini ripiegati in faccia. Li prese al volo prima che lo colpissero. "Sono tua moglie, è tuo dovere essere qui per me, proteggermi e amarmi. L'hai promesso. Abbiamo sempre combattuto una battaglia. Questo non è cambiato."

 

Annuì, guardando ancora il soffitto.

 

Sospirò e poi balzò in piedi, piantando i piedi sul pavimento. "Non posso restare qui. Sto diventando matto. Andiamo."

 

"Dove?" Chiesi.

 

"Da Pinkerton."

 

"Il concessionario di auto? No." Dissi scuotendo la testa.

 

Travis fece un sorrisetto. "È già tutto pagato. Basta scegliere il colore."

 

Inarcai un sopracciglio. "Non giocare con me Maddox."

 

Si mise una maglia a maniche lunghe e un paio di jeans puliti, poi si piegò per allacciarsi gli stivali. "Ci andremo." Mi avvertì.

 

Non avevo spostato la cesta di vestiti, ma Travis la scavalcò colpendomi con un'anca prima di tirare fuori una delle mie magliette e arraffare una gruccia. In meno di un minuto avevamo finito di sistemare i vestiti. Guardai l'armadio con le braccia incrociate, pretendendo di essere soddisfatta dalla mia scelta.

 

"Bastano una felpa e un paio di jeans, piccola. Sei bellissima. Non devi anche provarti niente."

 

Le mie guance arrossirono, e guardai in terra. Travis era mio marito, ma mi faceva sentire come la prima volta che ci eravamo incontrati. "Chiuderanno presto, vero?"

 

"Cosa? Non vuoi una macchina? Vamos! Metti in marcia il tuo culo, Signora Maddox."

 

Ridacchiai, afferrando il primo paio di jeans e la prima felpa che trovai, vestendomi velocemente e incontrando Travis in salotto. Aveva le chiavi di Shepley in mano, la sua faccia si illuminò quando mi vide. Aprì la porta, gesticolando per farmi passare per prima.

 

"Vuoi solo guardami il culo vero?" Chiesi.

 

"Hai dannatamente ragione." Disse Travis, chiudendo la porta dietro di lui.

 

Scendemmo le scale tenendoci per mano. Presi un profondo respiro. "Odore di pioggia."

 

"Bene, prenderemo la Charger, allora." Disse aprendo la porta del passeggero. Aspettò che io infilassi dentro prima di correre intorno alla macchina per salire dalla parte del guidatore. Una volta seduto prese il volante scuotendo la testa.

 

"Che c'è?" Chiesi. "Hai scordato qualcosa?"

 

"Ogni cinque minuti circa mi viene in mente e non posso crederci." Si chinò, prendendo il mio viso tra le mani prima di toccare con le sue labbra calde la mia bocca. Ritornò al suo posto, girando le chiavi per accendere il motore e poi armeggiò con il riscaldamento. Fece una smorfia quando partì la stazione radio che trasmetteva una canzone country, premette subito il pulsante per cambiare e la radio si stabilì su qualunque emissione stesse trasmettendo la canzone Dexy'sMidnight Runners. Mosse a ritmo la testa ed io risi quando mimò con le labbra le parole C'mon Eileen.

 

Tirò il freno a mano, uscendo dal parcheggio. Appoggiò la mano sul mio ginocchio, ancora cantando e muovendo la testa a ritmo di musica. Sapeva ogni parola. Era impressionante. Una volta ogni tanto mi guardava e mimava con la bocca le parole con entusiasmo, non avrei potuto aiutarlo, ma avrei potuto cantare con lui. Quando arrivammo da Pinkerton stavamo praticamente urlando il ritornello della canzone dei Dukes of Hazzard. Non sapevo le parole, ma Travis sì e cantava come se fosse sul palco ad intrattenere uno stadio pieno di persone. Ero felice che avesse insistito per farmi uscire dall'appartamento. Non avevo realizzato quanto mi sentissi in trappola e quanto avessi bisogno di ridere.

 

Travis parcheggiò la macchina, e uscì.  Quando chiusi la porta del passeggero, camminò davanti a me, porgendomi entrambe le mani fino a quando non intrecciai le mie dita con le sue. Lo avvolsi con un braccio, i suoi passi si fermarono alla fine di una corta fila di Toyota Camrys.

 

Un anziano signore uscì, lisciandosi la cravatta e i capelli argentati, preparando il suo discorso, schiarendosi la voce e offrendo il suo sorriso più affascinante. Quello di Travis era meglio.

 

Con mia sorpresa, salutò Travis chiamandolo per nome. Travis lasciò la mia mano per stringere quella dell'uomo. "Mi stavo chiedendo quando sareste venuti. Questa è Abby?" Gli strinsi la mano. "Io sono Richard. Ci conosciamo finalmente."

 

Allungai il collo per vedere Travis.

 

Travis alzò le spalle. "Te l'ho detto, devi scegliere il colore."

 

Risi. "Sei serio?"

 

Fece cadere una mano sulle cosce. "Ti ho mai mentito?"

 

Mi avvicinai lentamente al suo collo, i suoi muscoli si rilassarono al mio tocco. Mi alzai sulle punte per dargli velocemente un bacio, vedendo di sottecchi Richard che provava a non guardare.

 

"Mai." Guardai la fila di macchine.

 

Richard le indicò. "Nero, Rosso Barcellona, Argento classico, Blu acquamarina, Grigio cosmico, e color sabbia metallico. Non abbiamo color perla e grigio magnetico in saldo."

 

"Ma può prenderli." Aggiunse Travis.

 

"Certamente." Rispose Richard.

 

Travis mi condusse oltre la linea. "Guarda all'interno. Sono tutti diversi dentro."

 

Entrai nella macchina color argento, aprendo la porta dalla parte guidatore. "Cos'è questa? Una televisione?"

 

Richard si avvicinò. "Questo è... Ehm... Il navigatore e la radio." Continuò ad elencare i vari dettagli mentre Travis mi incoraggiava a sedermi. L'interno era di un grigio chiaro e i bottoni intorno allo schermo e al volante mi facevano pensare al pannello di controllo della NASA. Non avrebbero potuto essere tutti di uso comune per me.

 

"Non posso credere che hai fatto tutto questo per me." Dissi, facendo scorrere le dita sul volante. "Non ho mai avuto una macchina."

 

Travis si accovacciò vicino a me, appoggiando la mano sulla portiera aperta. "Non ho fatto niente per te, Pidge. Ti darò tutto quello che vorrai."

 

Gli toccai la guancia. "L'hai già fatto."

 

Travis si piegò al contatto e poi baciò il palmo della mia mano, improvvisamente agitato. "Cosa ne pensi?"

 

"Questa."

 

"Quella argento?" Chiese.

 

"Quella argento." Risposi.

 

Travis mosse la testa continuando però a guardarmi. "Hai sentito mia moglie, Richard. Vuole questa."

 

"Bene." Disse Richard. "Sarà pronta."

 

Abbracciai Travis facendolo cadere sulla schiena. Lui rise e mi cullò sull'asfalto, baciando le mie labbra appena si sentì un frastuono echeggiare e la pioggia cominciò a cadere dal cielo.

 

"Sei contenta, Pidge?" Chiese.

 

"La persona più felice del mondo." Sussurrai contro le sue labbra sorridenti.

 

Episode Four: What's Left of Right

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CAPITOLO 4-QUAL È LA COSA GIUSTA DA FARE? (What's left of right)

TRAVIS:

La mano di Abby nella mia sembrava piccola ma rilassata quando percorremmo lo sporco marciapiede che era oltre il nastro giallo che circondava Keaton Hall. L'edificio, il terreno fangoso e i quattro muri di mattone e pietra ora erano una scena del crimine. I poliziotti -e ora l'FBI- stavano investigando sulla morte di trentasette studenti del college, molti di loro non erano abbastanza grandi per comprare una birra. Mi chiedevo da tre giorni quando l'avrei dovuto dire a mio padre, come avrebbe preso la notizia che il più giovane dei suoi figli era implicato nell'evento più tragico di tutta la storia della Eastern State, e cosa avrebbe detto. Immaginavo la delusione nei suoi occhi, la preoccupazione e lo stress che lo avrebbero afflitto anche dopo che la polizia mi avrebbe portato in prigione.

 

I muri intorno ogni finestra dell'edificio dove Adam aveva organizzato il mio ultimo incontro erano macchiati di nero a causa del fumo. Le urla udite solo pochi giorni prima risuonavano ancora nelle mie orecchiee rievocai il terrore che avevo provato quando stavo disperatamente cercando Abby attraverso lo scuro labirinto di stanze. La terribile paura era tornata quando dentro di me avevo realizzato che Trenton non era fuori con il resto dei sopravvissuti. I capelli mi si erano rizzati dalla paura. Ancora, nessuno aveva provato un dolore straziante tale a quello di quei genitori che avevano sentito la storia dell'incendio al telegiornale. Anche se pensavo che Abby non avrebbe perso l'occasione per dire che quello che era successo non era colpa mia, mi sentivo lo stesso responsabile.

 

Mi fermai davanti ad un improvvisato memoriale per le vittime: un mucchio di fogli, nastri, fiori e animali di stoffa. Abby mi trascinò via senza dire una parola. Sapeva che stavo combattendo contro me stesso, ma non sapeva che mi sforzavo di reprimere l'urgenza di costituirmi. L'unica ragione che mi impediva di farlo era che non volevo lasciare mia moglie da sola.

 

 

L'accompagnai all'edificio dove aveva la sua prima lezione, e dopo averla baciata in un modo che doveva far sapere a tutti che quella era mia moglie, la guardai salire le scale e scomparire dietro la porta di vetro.

 

Shepley mi tirò una pacca sulla spalla. "Crescono così in fretta."

 

Alzai le spalle al suo tocco. "Fanculo, alito pesante."

 

Shepley rise. "Una delle ragazze della Sig Tau ha gia chiesto ad America se le voci fossero vere."

 

Sentii le mie sopracciglia sollevarsi lentamente. "Quali voci?"

 

Shepley mi guardò come se fossi stato un imbecille. "Le voci sul fatto che sei sposato con Abby."

 

Sistemai il mio zaino sulle spalle e iniziai a camminare sotto al cielo grigio, sentendo che l'aria mattutina si infiltrava sotto le maniche lunghe della mia maglietta. Shepley si sforzò per seguire il mio passo, talvolta doveva fare una breve corsa per raggiungermi. Non parlammo fino a quando arrivammo presso l'edificio dove si studiavano le materie umanistiche, dove avevamo entrambi lezione. Feci due passi incitando Shepley a lamentarsi.

 

"Per dio, Trav. Dov'è l'incendio?"

 

Mi fermai girandomi verso mio cugino, serrando i denti. "Cosa c'è di sbagliato in te?"

 

Shepley impallidì. "Scusami. Ho usato le parole sbagliate. Non siamo in ritardo. Abbiamo ancora dieci minuti prima dell'inizio delle lezioni. Perché stai correndo?"

 

"Ho troppe cose in testa."  Dissi aprendo la porta.

 

Il corridoio era colmo di studenti che andavano e venivano, scorrendo uno dietro l'altro, stando divisi quel che bastava per evitare un ostacolo nel centro del passaggio: un contenitore di vetro posto in cima ad un podio. Rivestito al suo interno vi era il busto di Gerald P. Stymie, il primo presidente della Sig Tau. Il signor Stymie aveva fondato la Sig Tau con mio padre e lo zio Jack, e ricordai che veniva spesso a casa nostra quando io andavo alla scuola media. Era venuto alle nostre feste d'estate, e al funerale di mia madre. Era morto quattro anni dopo che si era ritirato, ovvero sei anni prima che io diventassi una matricola al college. Mi chiesi se sarebbe stato più deluso dal fatto che avevo diretto il più tragico evento della Eastern, oppure dal fatto di non aver ammesso la mia partecipazione ai fatti.

 

L'atmosfera nell'aria era diversa rispetto alla settimana prima delle vacanze di primavera quando tutti sorridevano e camminavano saltellando. Ora i corridoi erano silenziosi, l'aria pesante e funerea.  Le ragazze strofinavano via le lacrime, e i ragazzi tenevano vicino a loro le ragazze, ognuno riconosceva la propria moralità- alcuni per la prima volta.

 

"Hai troppe cose in testa?" Chiese Shepley. Entrando nell'edificio dietro di me. "Tipo? Oh intendi le cose che non conosciamo? O hai appena capito che il matrimonio dura per sempre?" Afferrai Shepley per il colletto con entrambi i pugni, spingendolo contro il muro più vicino. Non respirava, e mi fissava, con gli occhi spalancati, con le mani alzate. "Hey!" Disse a denti stretti. "Sono dalla tua parte!"

 

Allentai la stretta lentamente, consapevole dei curiosi occhi dei passanti. Tirai una pacca a Shepley per scusarmi e poi presi un respiro profondo. "Non è divertente, Shepley. Nulla di quello che hai detto lo è."

 

Shepley diede un'occhiata intorno, e poi si piegò, tenendo la voce bassa. "Hai ragione. Scusa. Sto solo cercando di rallegrare il tuo umore. Ma, devi mantenere un profilo basso, Travis. Non è il momento giusto per attirare l'attenzione su di te."

 

Guardai gli studenti dietro di me, bambini, giovani e stupidi come me ma senza una moglie, bollette o detective che bussavano alla loro porta. I loro problemi più grandi erano laurearsi e spiegare il conto delle carte di credito ai loro genitori. Il matrimonio mi aveva aiutato a farmi credere che l'incendio non fosse mai successo, ma ora il futuro mi stava guardando dritto in faccia. La paura di perdere Abby a causa di Parker sembrava appartenere ad un'altra vita. Ora, l'avrei potuta perdere veramente... per sempre.

 

"Hai ragione." Dissi. Stirai la sua maglia con la mano e poi gli diedi una pacca sulla guancia, forzando un sorriso.

"Hai ragione, amico, scusa."

 

"Entra in classe, testa di cazzo." Disse Shepley, sistemandosi lo zaino prima di svoltare l'angolo per salire le scale.

 

Camminai fino alla fine del corridoio e me la filai in classe, annuendo al mio professore di umanistica prima di andare a sedere. Una coppia di studenti della lezione precedente era ancora intorno alla cattedra e stava facendo delle domande riguardo agli esami di metà trimestre. Guardai l'orologio, e poi tirai fuori il telefono, sorridendo quando il display si illuminò. Il sorriso meraviglioso di Abby abbellì lo schermo, ridendo nella maniera più semplice.

 

 Hey

 

Sorrisi, premendo i tasti per rispondere. Merda. Come puoi mancarmi di già?

 

Sullo schermo apparirono tre punti, erano l'anticipazione di quello che stava per dire. Anche tu.

 

Risi tra me e me. Abby era un enigma. Sapevo che mi amava -cazzo, era mia moglie- ma le sue brevi risposte e il rifiuto di essere troppo emotiva davanti agli altri o il fatto che dovessi capire ogni volta se fosse arrabbiata o frustrata. Amavo tutto di lei. Amavo come mi faceva diventare matto, insicuro, spaventato. Sicuramente non era salutare, ma non me ne fregava un cazzo. Nessuno aveva osato farmi sentire così- o almeno non con determinazione.

 

Ho appena scritto Abby Maddox sul mio quaderno per gli appunti. Con dei cuori. Quanto sono stupida?

 

Un enorme sorriso si formò sulla mia faccia.  È strano?

 

No. Devo andare. Ti amo.

 

Il professor Haley si alzò dalla sua sedia e girò intorno alla cattedra, appoggiando il culo sul bordo del legno. Era allampanato, in tutto: le braccia, le gambe, il naso, i suoi capelli neri con il gel messi da una parte per provare a nascondere inutilmente la macchia calva sulla testa. Si sventolò con le dita e premette le punte insieme toccandosi le labbra con l'indice.

 

"Sono sicuro che siete tutti al corrente che la scuola è stata scenario di una tragedia questo weekend."

 

Uno spiacevole silenzio evase la stanza e gli studenti si spostarono sulle sedie. Sprofondai nel mio banco, masticando la penna.

 

Haley continuò. "Ci hanno detto di informarvi che all'interno del Campus c'è un servizio di consulenza gratis offerto dalla Eastern State. In base ai numeri, sono sicuro che avremmo almeno una persona di ogni classe che conosca qualcuno che sia ferito, sopravvissuto o diventato una vittima nel sotterraneo di Keaton Hall. Può essere spaventoso e stravolgente per chiunque essere vicino ad una delle vittime o no, quindi per favore... Non ignorate i sentimenti che trovate difficili da esprimere. Siamo qui per aiutarvi." Si fermò abbastanza a lungo per lasciare assimilare le parole e poi proseguì con la lezione. Una o due ragazze ogni tanto singhiozzavano, ma oltre a questo, tutto procedeva alla normalità, prendevamo appunti e facevamo domande.

 

Nel momento in cui la lezione finì, mi precipitai alla porta, correndo per il corridoio e uscendo fuori dall'edificio, dirigendomi verso il luogo dove Abby avrebbe avuto lezione. Era appena uscita dalla porta e si fermò quando mi vide. Andai verso di lei ed ella agganciò il suo braccio intorno alla mia vita, guidandomi giù per le scale e intorno all'edificio.

 

"Che è successo?" Disse, tenendo il tono di voce calmo e basso.

 

Il mio mento si abbassò e respirai ansimando. Scossi la testa, incapace di rispondere.

 

"Travis, guardami." Disse afferrando il mio viso e alzandomi la testa fino a quando non incrociò il mio sguardo. "Parlami."

 

"Sono tutti morti. Molte persone stanno camminandosenza i loro amici, i loro compagni di stanza... I loro parenti." Misi una mano sul petto. "È colpa mia."

 

"No, non lo è." Sbirciò dietro di lei e poi dietro di me. "Devi contenerti Travis. Se qualcuno ti vede così e lo dice alla polizia?"

 

"Forse dovrebbero farlo. Forse dovrei costituirmi." Dissi. Il respiro che presi dopo non era abbastanza profondo. Più a fondo respiravo e meno soddisfazione trovavo.

 

"Cosa diavolo stai dicendo?" Disse. Per la prima volta, si stava sforzando per mantenere la sua faccia da giocatrice di poker. "Travis è meglio che mi ascolti." Arraffò la mia maglietta. "Non puoi lasciarmi."

 

"Pensi che io lo voglia?" Sputai, sconvolto.

 

"Sono morti, sì, ed è terribile, sì, ma tu non mi devi lasciare. Io devo essere la tua priorità; oltre il rimorso, oltre la tua dannata moralità, anche oltre la cosa giusta da fare! Se questo mi rende una persona egoista o cattiva, lo accetto. Ma non capiranno che non sapevi che sarebbe successo. Non gliene fregherà niente se non hai scelto tu l'edificio o attaccato le lanterne. Ti arresteranno, Trav. Ti arresteranno e ti ammanetteranno... Ti porteranno lontano da me, e...."

 

L'abbracciai, tenendola tra le mie braccia che tremavano. "Piccola..." Dissi, sorpreso. Non l'avevo mai vista così fragile.

 

Mi spinse via. Continuando a tenere con i pugni la mia maglietta. "Non fare niente di stupido, Travis. Non osare farlo cazzo!" Frustrata strinse nella sua mano libera in un pugno e mi colpì sul petto- abbastanza forte per ribadire il discorso. I suoi occhi diventarono lucidi. "Sei l'unica famiglia che ho."

 

"Va bene." Dissi, battendo gli occhi. L'abbracciai di nuovo, ondeggiando un po', provando a consolarla come meglio potevo. Le diedi un bacio sulla testa, maledendo me stesso. Sapevo di non poterla lasciare, anche se avessi fatto la cosa giusta. Volevo soltanto sentirglielo dire. Avevo scaricato su di lei qualcosa che non sapevo sarebbe successo. "Hai ragione. Non ero... Non voglio essere arrestato. Dovevo solo sentirtelo dire."

 

"Vuoi dirmi che non lo fai, per rinfacciarmi in futuro che lo hai fatto solo per me?" Disse. Alzando gli occhi al cielo.

 

"No piccola. Per l'amor di Dio."

 

Alzò il mento. "Perché questo va bene. Mi prenderò la colpa. Quello che sarà necessario, Travis."

 

Soffocai le mie emozioni, stringendo i denti. Mi amava come io l'amavo. Non sapevo che fosse possibile. "Abby..."

 

Premette la sua fronte contro il mio petto, prese un profondo respiro e poi annuì. Si fermò un attimo per riprendersi, guardando il pavimento come se avesse preso la scelta di avermi convinto a non rovinare i piani. Si strofinò gli occhi, girò i tacchi e si diresse verso l'aula della sua prossima lezione. L'odore di fumo era ancora presente nell'aria quando sparì dalla mia vista, lasciandomi solo con la mia coscienza.

 

 

Episode Five: Truth

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CAPITOLO 5-VERITÀ (Truth):

TRAVIS:

I miei stivali facevano rumore al contatto con il pavimento bagnato dell'appartamento. Tra una lezione e l'altra mi era caduta addosso una grande quantità di pioggia. Ero felice. Il pavimento intorno a Keaton Hall era ancora fradicio a causa del diluvio d'acqua che la pompa antincendio aveva riversato all'interno dell'edificio. La pioggia aveva fatto in modo che il resto del campus fosse bagnato come l'erba del marciapiede di Keaton Hall.

 

Le chiavi tintinnarono nella mia mano, le infilai nella serratura per aprire la porta. Prima che potessi toccare la maniglia, sentii dei delicati graffi provenientidall'altro lato. Sorrisi e aprii la porta chinandomi immediatamente per accarezzare Toto.

 

Il suo pelo scuro e ispido sfiorò la mia faccia nel momento in cui il cucciolo mi ricoprì di baci. Era già cresciuto molto, ma si contorceva, urlava e saltava come il primo giorno che l'avevo portato nell'appartamento. Non voleva sedersi, quindi finalmente lo presi in collo, tenendolo a contatto con il mio petto mentre lui mi bagnava la faccia con la saliva di cane. Sollevai il mento per non far finire la lingua del cane nella mia bocca.

 

Brazil aveva usato la chiave di scorta per prendere Toto dopo che eravamo andati via dall'aeroporto, e anche se era d'accordo con il fatto di non avvisare nessuno e di non fare domande, Abby era molto più che infelice quando lui aveva preso Toto. Gli avrebbe fatto il bagno nel momento in cui saremmo tornati a casa per lavare via la puzza di sigarette e di calzini sporchi. Dopo che l'avrebbe asciugato gli avrebbe fatto le coccole, lui si sarebbe raggomitolato per formare una palla sul suo letto a lato della nostra camera, e avrebbe dormito per il resto della notte.

 

Presi il mio telefono per mandare un messaggio a Brazil, perché  avevo promesso ad Abby che l'avrei fatto.

 

Tizio. Apprezzo il fatto che tu abbia tenuto il mio cane, ma se non avevi voglia di farlo bastava dirlo.

 

Brazil non ci mise molto a rispondermi.

 

                Cosa intendi con questo?

 

Puzza di merda. Hai fumato intorno a lui? Nemmeno io fumo intorno a lui. E dorme 24 ore su 24 da quando è rientrato a casa.

 

Scusa fratello. Ho fatto una festa. La mia ragazza mi ha trascinato fuori per litigare con me per una stupida faccenda. Quando sono rientrato, Derek l'aveva lasciato fuori dalla mia stanza e stava provando a bere la sua birra. Ho fatto uscire Derek, ma il cane non si è ferito in nessun modo, giuro.

 

Ricordami di non chiederti più un favore, grazie.

 

Non succederà più, Travis, scusa.

 

Misi Toto sul pavimento e ascoltai il rumore delle sue unghie quando entrarono a contatto col pavimento di linoleum della cucina, mentre io aprivo una scatola del suo cibo preferito. Contorsi la faccia quando sentii l'odore rancido, chiedendomi come una creatura avesse potuto mangiare qualcosa di così rivoltante. Certo, stavo parlando di Toto, che adorava annusare e leccare il suo culo.

 

Misi il cibo in una ciotola di ceramica arancione con il nome di Toto che Abby aveva trovato online, e aggiunsi un po' più d'acqua alla sua ciotola prima di rivolgere di nuovo l'attenzione al mio telefono. Feci scorrere i nomi della mia rubrica fino a quando non apparve il nome di Brandon Kyle. Il mio pollice si diresse verso l'icona del telefono. Uno dei membri della confraternita mi aveva dato il contatto di Brandon.

 

Era il proprietario dell'Iron E, una delle tre palestre fuori dal campus di Eakins. Due di queste palestre erano di Brandon, e l'Iron E era il suo orgoglio e la sua fonte di gioia: una palestra più nuova nella parte est della cittadina ed era nettamente più popolare delle altre a causa dell'alto numero di membri. Ero stato lì in precedenza e avevo parlato con Brandon. Era abbastanza gentile, ma aveva una moglie incinta e molte ragazze-nessuna che potesse definire amica.

 

Premetti il bottone e appoggiai il telefono all'orecchio. Squillò qualche volta, e poi sentii un click seguito da striduli, colpi rumorosi, e urla intermittenti. Supposi che Brandon fosse ancora in palestra.

 

"Brandon Kyle." Rispose quel presuntuoso del cazzo. Non sopportavo quel tipo di persone che usavano il proprio nome invece di un saluto.

 

"Hey, sono Travis Maddox. Ci siamo incontrati un paio di volte all'Iron E. Ho sentito che cerchi un allenatore part-time"

 

"È un piacere sentirti! Sì, ho sentito dire che mi avresti chiamato. Ragazzo... Ci piacerebbe averti in squadra. Ti ho visto qui in precedenza. Sai i fatti tuoi. E santo Dio, tu potresti portare le donne. Vieni a prendere la domanda di assunzione e ti mostrerò il luogo. Discuteremo dei dettagli e poi possiamo decidere se c'è qualcosa che entrambi vorremmo."

 

"Ehm..." Non mi aspettavo questo tipo di risposta. "Quando vuoi che venga? Oggi è il mio giorno corto, ma devo andare a prendere mia moglie e..."

 

"Moglie?" Brandon rise. "Da quando?"

 

"Dallo scorso weekend."

 

"Oh!" Disse, con la voce strozzata. Era come se si stesse tappando la bocca con il pugno della mano nel modo in cui l'avevo già visto fare quando voleva prendere in giro qualcuno. "Merda, l'hai messa incinta?"

 

"Cosa mi stavi dicendo?" Chiesi, sentendo il sangue ribollire. Girai i tacchi, realizzando che stavo passeggiando con la mano libera stretta a pugno.

 

"Niente, niente... Ti stavo solamente sfottendo, ragazzo! Dai! Vieni qui! Ci vediamo dopo!"

 

"Quando?" Chiesi.

 

"È una lenta settimana. Tutti i ciccioni hanno rinunciato ai loro propositi di capodanno. Sono aperto fino a Giovedì."

 

Lo ringraziai stringendo i denti e poi staccando la chiamata. Non esisteva che io lavorassi per quella testa di cazzo. L'avrei assalito il mio primo giorno.

 

Toto finì il suo pranzo, e gli misi il maglione di plaid che Abby gli aveva comprato. Con grande sforzo, agganciai il guinzaglio al suo collare mentre lui cercava di leccarmi la mano, e poi lo portai fuori. Incrociai le braccia, tenendo il guinzaglio, borbottai tra me e me quando una brillante Porche arrivò, parcheggiando dietro la mia Harley. Il finestrino si abbassò rivelando il sorriso compiaciuto di Parker.

 

"Maddox! Ho sentito che sei nei guai con la polizia locale. E la polizia non locale..."

 

"Succhiami le palle, Hayes."

 

L'espressione di Parker si rabbuiò. "È vero anche... Di te e Abby?"

 

"Ti ha picchiato da parte mia? Per la seconda volta?"

 

Parker si corrucciò. "È vero o no?"

 

"Certo che è vero. Non pensavi veramente di avere un'altra chance con lei, vero?"

 

"Non la meriti, Maddox. Sappilo."

 

"Forse no. Ma Abby pensa di sì. Questa è l'unica opinione di cui mi importi... Quindi puoi mangiare la merda e morire, Parker, perché a nessuno qui importa ciò che pensi. Eri una distrazione. Non ha mai pensato di mettersi con te. È fottutamente patetico quello che stai facendo."

 

"È perché non ci ho provato molto, sennò a quest'ora non sareste sposati."

 

Inclinai il mento, guardandolo in cagnesco. "Esci dalla tua macchina da checca e vieni a dirmelo in faccia."

 

Parker deglutì alzando il finestrino fino a metà. "Macchina da checca? E allora il tuo cane da femminuccia?! Bel maglione!"

 

"Questo cane fa la merda più grossa della tua."

 

"Ti lascerà, Travis. Abby realizzerà cosa ha fatto e ti lascerà. Spero di vedere quell'arrogante sorriso sparire dalla tua faccia quando lo farà."

 

Feci un passo avanti, i miei muscoli erano tesi come quando mi preparavo al combattimento nel cerchio. Sapevo che se avessi tirato un solo pugno non mi sarei fermato, uccidere Parker in quel momento sarebbe stata l'unica cosa che mi avrebbe fatto sentire meglio. "Esci dalla tua cazzo di macchina. Ora."

 

Parker si nascose dietro al finestrino oscurato e poi andò via.

 

Ero in piedi con i pugni chiusi, tutto il mio corpo tremava dalla rabbia. Toto strusciò il naso contro i miei jeans ed io guardai giù. L'adrenalina svanì quando il mio sguardo incrociò i suoi occhi impazienti. Aveva freddo prima di fare i suoi bisogni; ora rabbrividiva come me. Annusò e scalciò delle zolle di terra come se quel posto fosse di sua proprietà.

 

Sorrisi. "Sì, anche tu vorresti spaccargli il culo eh?" Lo presi tra le mie braccia e lo portai in casa. Nel momento in cui lo misi a terra trottò nella mia stanza probabilmente andando sul suo letto per il pisolino pomeridiano.

 

Afferrai il mio portafoglio, il cellulare, le chiavi, uscii dalla porta e scesi le scale, camminando dietro la ruota della Camry. Strinsi il volante, osservando le mie nocche diventare bianche a causa della pressione. L'ultima lezione di Abby non sarebbe finita prima di un'altra ora, e avevo prurito dappertutto a causa delle chiacchierate con Brandon e Parker. Qualcosa di bianco catturò la mia attenzione, e guardai in basso tra i seggiolini. Mi chinai, pescandola busta che conteneva la lettera che mia madre aveva scritto alla mia futura moglie... Ad Abby... La misi delicatamente sul sedile del passeggero e ingranai la marcia verso casa di mio padre.

 

Mentreguidavo, immaginai di dirgli la verità riguardo all'incendio. Non ero sicuro se lui volesse che mi costituissi o no. Ma non era un problema- non l'avrei potuto fare. L'avevo promesso ad Abby. Dire tutto a mio padre sarebbe servito solo a caricargli un peso sulle spalle. Avrebbe dovuto decidere se consegnarmi alla giustizia o no. Non avrei potuto farlo.

 

Strinsi il volante e feci il percorso verso la casa dove ero cresciuto. La casa dove avevo tirato i miei primi pugni e preso il mio primo pugno in faccia. Dove Thomas era solito tenermi per impedire che i miei fratelli mi prendessero a calci in culo perché non volevo scappare, dove Trenton aveva rotto molte delle cose che avevamo in comune... Anche i gemelli. Sorrisi quando girai il volante, sentendo la ghiaia sotto gli pneumatici.

 

Papà aprì la porta e rilassò le mani, guardandomi mentre mi avvicinavo al porticato con un sorriso di apprezzamento. "Bene, bene." Disse. "Non pensavo che ti avrei rivisto qua in giro."

 

"Sto a tre miglia da qui." Dissi, salendo le scale di legno del portico. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla, ed io lo abbracciai.

 

"Tua madre ed io non siamo usciti di casa per tre mesi dopo il matrimonio."

 

"Papà..." Lo rimproverai. La mia faccia assunse una smorfia di disgusto e lo superai per andarmi a sedere sul divano in salotto.

 

Mio padre rise, chiudendo la porta dietro di noi. "Il tempo è un figlio di puttana." Brontolò. Sbirciò fuori dal vetro quadrato vicino alla sommità della porta e poi scosse la testa, camminando verso la sua poltrona. Si sedette sul bordo appoggiando i gomiti sulle ginocchia. "Cos'è quella?" Indicò la busta bianca nella mia mano.

 

La alzai di qualche centimetro, sorpreso da quanto fossi nervoso. Papà non parlava molto della mamma. Non che ci avesse mai provato, ma potevo vedere ancora il vuoto nei suoi occhi- nello stesso modo in cui sarei stato io se mai avessi perso Abby.

 

"È una lettera."

 

"Quella, ehm... Che ti ha lasciato la mamma?"

 

Annuii. "L'ho data a Abby prima del matrimonio."

 

"Speravo che te ne fossi ricordato."

 

"L'ho fatto."

 

"Bene." Disse, schiarendosi la voce. "Bene."

 

"Vuoi leggerla?"

 

Scosse la testa. "Non era per me."

 

Tirai fuori il sottile foglio dalla busta, i miei occhi ricalcavano la delicata calligrafia di mia madre.

"Lo so. È quello che vorrei sentire da lei, di nuovo. Leggerla è l'unico modo per ricordarsi di lei."

 

Papà ci pensò su per un po', e poi annuì, ondeggiando la mano verso di lui. "Okay, allora. La prenderò."

 

Mi alzai, dando il foglio a mio padre, e poi ritornai a sedermi sul divano.

 

Papà batté gli occhi un paio di volte, provando a concentrarsi, e poi vedendo le sue parole, le sue labbra cominciarono a tremare. Appoggiò il mento sulla mano provando a mascherare le emozioni, ma poi sbatté le palpebre più volte e poi i suoi occhi diventano lucidi. Sorrise, scosse la testa e ridacchiò. Papà abbassò la lettera con una mano e poi si strofinò gli occhi. Dopo un minuto d'orologio, si schiarì la gola e poi mi guardò.

 

"È passato tanto tempo. È stato bello sentire la sua voce di nuovo. Grazie figliolo."

 

Annuii. "Mi manca."

 

Rise di nuovo, strofinandosi le lacrime. "Anche a me molto... Ogni momento di ogni giorno di questi ultimi diciassette anni. E il modo in cui tu guardi Abby." Sospirò. "È il modo in cui io guardavo tua madre. Oddio, amavo quella donna. Non avevo mai provato niente di simile prima di lei... E neanche dopo."

 

Alzai le sopracciglia. "Pensi che la perderò, papà?"

 

"Abby?"

 

Annuii.

 

Mio padre si toccò le labbra con un dito e poi guardò il pavimento. Non riuscivo a muovermi o a respirare mentre aspettavo la sua risposta. Finalmente mi guardò di nuovo dritto negli occhi.

 

"Travis... Odio dirti questo figliolo... Ma tua moglie? È più forte di te. La lascerai te prima che lei ti lasci."

 

Le sue parole mi colpirono in un soffio, e mi coprii il viso, lasciando che il sollievo mi pervadesse. Papà non si sbagliava e mi fidavo di lui. Lo guardai, sapendo che mi stava dicendo la verità, ma perché amavo mia moglie, non gli avrei detto la verità.

 


Episode Six: Real Life Starts Now

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CAPITOLO 6-LA VITA REALE INZIA ORA (Real Life Starts Now):

ABBY:

La lavagna di sughero all'uscita di Reiger Hall era piena di avvisi con titoli tipo "In saldo", e "Cercasi Aiuto", su ognuno di essi in basso vi erano numeri di telefono tagliati in strisce. Un annuncio accanto alla cima aveva impressa l'intestazione della scuola e una lista di materie. Socchiusi gli occhi, per leggere i sottili caratteri, e poi strappai via un numero di telefono e me lo misi in tasca. La scuola cercava dei tutor, e calcolo era una delle materie nella lista. Non era passata neanche una settimana dell'ultima metà del secondo semestre ed i libri pesavano di già nel mio zaino sulle mie spalle.

 

Saltellai un po' prima di fare il primo passo verso l'uscita, provando a spostare la bretella per sistemarla vicino all'intaccatura del mio collo. Sentii sulla mia pelle l'aria primaverile mattutina quando misi piede fuori. Cappotti di ogni tipologia e di ogni colore vivacizzavano il marciapiede, un gruppo di studenti vestiti di patchwork contrastavano i dintorni grigi. Guardai il cielo, sentendo istantaneamente una lieve pioggerellina sulla mia faccia. Aveva piovuto tutto il giorno. La nebbia mattutina stava giusto andando via.

 

"Hey!" Urlò America, correndo verso di me. Mostrò il suo sorriso splendente dalla luce unica. Si fermò davanti a me, tenendo le bretelle del suo zaino sul petto, respirando forte. "Le ragazze della confraternita stanno diventando matte. Adoro tutto ciò."

 

"Cosa stai dicendo?"

 

"Riguardo a Travis... E a te. Tutti stanno parlando di voi."

 

Sentii le mie guance arrossire. "Grande." Continuai a camminare sul marciapiede, seguita da America.

 

"Nemmeno la metà di loro ci crede."

 

Mi fermai all'improvviso. "Credere a cosa? Al fatto che ci siamo sposati? O al fatto che lui ha sposato me?"

 

Alzò le spalle. "Ad entrambe le cose." Quando realizzò che mi stavo offendendo, si rimangiò tutto. "Ma, suvvia. Guardati. Ci credo che l'ha fatto."

 

Guardai in basso il mio cappotto di flanella e il mio gilet verde oliva che non erano niente di speciale, i miei jeans attillati e i miei stivali alti. I miei capelli erano piatti e umidi. Non riuscivo a ricordare se mi fossi truccata prima si uscire dall'appartamento oppure no. Mi guardai intorno, notando che le persone mi rivolgevano sguardi curiosi.

 

Qualcuno fischiò e mi voltai, guardando il mare di studenti mettersi da parte rivelando Travis che camminava verso di me. Stava passeggiando nel centro del marciapiede, con le mani nelle tasche dei jeans e indossava un berretto grigio, una maglietta dei Ramones sotto una camicia aperta e gli stivali di pelle solo per dare un tocco in più, sembrava che volesse dire Non scopare con me o ti uccido. Anche con un anello al dito, le studentesse non smisero di guardarlo. Travis era bellissimo, trasudava ancora sesso e fascino, qualunque fosse il suo stato civile. Sorrise, le sue sopracciglia dritte si alzarono giusto un po' ed io deglutii, sentendo le farfalle nello stomaco.

 

Si fermò davanti a me con lo stesso sguardo di quando l'officiante disse a Las Vegas "Vi Dichiaro Marito e Moglie". Travis non aveva bisogno di dirmi che mi amava, lo potevo vedere dal modo in cui mi guardava, dal modo in cui si muoveva, dal modo in cui parlava, anche se quello che stava dicendo non aveva niente a che fare con me.

 

Scoppiò a ridere, notando la mia espressione. "A che cosa stai pensando?"

 

Scossi la testa e gli avvolsi le braccia intorno al collo.

 

"Pidge... Che cosa succede? Va tutto bene? Stai bene?"

 

"Sto bene." Dissi piano, premendo la mia guancia contro la sua. Sentire la sua barba contro la mia faccia era confortante, così come l'odore della sua acqua di colonia. "È solo..." Lo lasciai un po' in sospeso. "Che ti amo."

 

Mi guardò per un attimo, un sorriso gli attraversò la faccia. "Non mi abituerò mai a sentirtelo dire." Mi porse la mano e mi condusse verso il parcheggio.

 

Se le persone non stavano guardando, stavano fingendo di non farlo fino a quando non li superammo. Potevo sentire gli occhi curiosi osservare il retro della mia testa e ascoltare i mormorii riguardo all'incendio, al matrimonio e anche solo al fatto che io e Travis stavamo camminando insieme subito dopo la nostra scandalosa grande rottura della quale solo un piccolo campus come la Eastern si poteva preoccupare.

 

Travis attraversò il prato, i suoi stivali facevano rumore a contatto con la terra bagnata. Scavalcai le pozze, felice quando mio marito finalmente mi sollevò tra le sue braccia e mi trasportò senza bisogno di chiederglielo. Allacciai le dita intorno al suo collo, incapace di smettere di sorridere alla vista di un Travis incapace di smettere di sorridere.

 

"A cosa si deve la tua felicità?" Chiesi.

 

"A te."

 

"No, c'è qualcos'altro. Cosa ti è successo oggi? Hai ricevuto buone notizie?"

 

Mi appoggiò sull'asfalto vicino all'auto, e scavò nella sua tasca in cerca delle chiavi. Me le diede. "Tocca a te guidare."

 

"A me? No." Dissi, scuotendo la testa.

 

Lui sbuffò. "Pigeon. Devi imparare."

 

"So come si guida. È solo che non mi piace farlo."

 

"Cosa succederebbe se io fossi a lavoro e tu dovessi andare da qualche parte?" Aprì la portiera del guidatore e mi fece segno di salire.

 

Chiusi la porta. "Prima o poi guiderò. Ma non sei a lavoro, tu sei... Hey. Hai trovato un lavoro?"

 

"Non ancora. Ho chiamato un ragazzo. Ma non penso che accetterò."

 

La pioggerellina aumentava di minuto in minuto.

 

"Perché no?" Chiesi.

 

Travis aprì di nuovo la porta. "Sali in macchina, Pidge. Sta piovendo." Alzai un sopracciglio e lui alzò le spalle. "Stanno assumendo personale all'Iron E."

 

"Ti piace quel posto, no?" Chiesi.

 

"Piccola, entra in questa cazzo di macchina. Sei già bagnata."

 

Iniziai a camminare verso l'altro lato, ma lui mi afferrò un braccio per fermarmi.

 

"Non guiderò sotto la pioggia, Trav. Dai. Guiderò domani."

 

Si accigliò. "Va bene." Camminò dietro la ruota e si piegò per tirare la leva e per tenere aperta la mia portiera mentre io corsi intorno all'auto, tuffandomi nel sedile del passeggero.

 

Girai la manopola del riscaldamento per alzare la temperatura e poi Travis mi prese entrambe le mani, massaggiandole e respirandoci sopra simultaneamente. Una ciocca di capelli errante e ondulata ricadde sul mio viso gocciolando proprio davanti ai miei occhi.

 

"Cosa c'è che non va nell'Iron E?" Chiesi.

 

"Mi piace la palestra. Non mi piace soltanto il proprietario."

 

"Brandon?"

 

"Sì." Disse digrignando i denti. "Sua moglie è incinta... Sta per partorire. Lui si scopa la receptionist, due delle allenatrici, le clienti..."

 

"E quindi?"

 

"E quindi? È un pezzo di merda, Pidge. Non voglio lavorare per lui. Si vanta tutto il tempo.  Riceverebbe un pugno in faccia la prima ora."

 

"Hai altre prospettive? Dobbiamo pagare l'affitto, piccolo."

 

Travis sospirò e guardò fuori dal finestrino bagnato dalla pioggia. "No. E lui mi ha fatto capire che devo solo fare domanda e avrò il lavoro."

 

"Allora cosa stai aspettando?" Dissi con una risata sorpresa.

 

Travis si girò verso di me con aria seria. "Te l'ho detto, Pidge."

 

Alzai le spalle. "Non starai intorno a lui tutto il tempo. Sarà solo fino a quando non troverai qualcos'altro, giusto?"

 

"Ci sono le ragazze. Tantissime ragazze del college . E casalinghe annoiate. E..."

 

Gli lanciai un'occhiataccia. "Stai dicendo che mi potresti tradire?"

 

"Cazzo, no. È solo qualcosa che non voglio affrontare. Anche Brandon stesso lo ha detto... È un mercato di carne fresca. Non è il mio ambiente."

 

Scoppiai a ridere fragorosamente.

 

"Non è divertente." Brontolò Travis. "Ricomincerei a combattere piuttosto che affrontare i coguari che vanno in quella palestra."

 

Gli toccai la faccia. "Io mi fido di te. Devi accettare il lavoro. È denaro facile." Scavai nella mia tasca e tirai fuori da essa il rettangolino di carta bianco e umido. "Penso che anch'io abbia trovato qualcosa. Stanno cercando dei Tutor di Calcolo."

 

Travis non era impressionato. "Se combattessi per Benny noi..."

 

"Non staremmo insieme."

 

Travis guardò in basso, sconfitto. "Voglio di più per te, Abby."

 

"Non voglio perdere tutto questo, Trav. Voglio il piccolo appartamento, tagliare coupon e vivere di cibo cinese fino al giorno dello stipendio. Voglio far quadrare i conti sul libretto degli assegni insieme a te, parlare del budget settimanale e prendere un maglione in un negozio solo per riappenderlo sullo scaffale perché tenere la tua mano è sicuramente meglio che portareuna borsa piena di vestiti. Voglio sentirmi stranita ad andare con te al cinema una volta ogni due mesi perché sarà diventata una cosa speciale invece che una cosa abituale. Voglio costruire il nostro castello un mattone alla volta... Solo tu ed io. Nessun altro."

 

Il suo mezzo sorriso riapparve, e si avvicinò alla mia mano. "Davvero?"

 

"Assolutamente."

 

"Parlando di essere al verde... È la sera della birra ad un dollaro al Red. Visto che da ora entrambi inizieremo a lavorare ogni sera, andiamoci."

 

Sorrisi. "Ci sto." Digitai un paio di messaggi ad America e a Shepley e immediatamente ricevetti una risposta. Eccitata, alzai le spalle. "Shep e Mare ci aspettano alle otto e mezzo."

 

Travis uscì dal parcheggio e guidò verso casa, accendendo la radio e canticchiando per tutto il tragitto.

 

Episode Seven: The New Normal

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CAPITOLO 7-LA NUOVA NORMALITÀ (The New Normal):

ABBY:

Il Red era una macchina del tempo. Entrando dalla porta principale i miei tacchi ticchettavano al contatto con il pavimento appiccicoso e mi tenni stretta alla mano di Travis quando si inoltrò tra la folla del club che mi faceva sentire come se fossimo tornati indietro nel tempo, prima delle indagini, prima del matrimonio, prima dell'incendio. Le studentesse erano a malapena coperte da tutine metalliche e minigonne, facevano roteare i capelli mentre parlavano con qualche stupido ragazzo che avrebbe pagato loro da bere.

 

Il Red era un mercato di carne fresca, tutti volontariamente guardavano di sottecchi per attirare l'attenzione di qualcuno, oppure serviva alle coppie per annunciare o ristabilire il fatto di avere bisogno l'uno dell'altro. C'era qualche santo occasionale che ci andava solo perché amava ballare, o bere, oppure giocare a biliardo, ma gli umani hanno bisogno di altri umani e il Red era abbastanza affollato, buio e rumoroso per vedere ed essere veduti senza alcun giudizio.

 

Le casse vibravano a causa della musica, battendo come sangue nel cuore. Con la mia mano libera, premetti le dita sul mio petto per provare a ridurre il suono che pulsava nella mia gabbia toracica. Le bocche si muovevano, ma riuscivo solo a sentire il suono della musica, tutti parlavano la stessa lingua cantando la stessa canzone.

 

Quando ci avvicinammo al bar, Travis andò verso Camille, e lei cacciò via una coppia di ragazzi dagli sgabelli di fronte a lei. Sorrise quando ci sedemmo pulendo il bancone di legno sotto di noi. "Mi stavo chiedendo se voi due sareste tornati qui."

 

"Perché non avremmo dovuto?" Chiesi, guardandola aprire due bottiglie di birra che piazzò di fronte a me e a Travis.

 

Camille incrociò le braccia. "Non lo so. Siete sposati ora. Probabilmente pensavo che sareste cambiati magicamente in qualche modo."

 

"Ci piace ancora bere e vedere i nostri amici." Disse Travis colpendo il collo della sua birra con quello della mia. Baciò un angolo della mia bocca prima di tracannare la birra e guardare la sala. "Dov'è Trent?"

 

Camille guardò in giro e rispose quando andò via. "Dovrebbe essere per la strada al momento."

 

Guardai Camille lavorare, prendendo due o tre ordini alla volta, preparandoli, prendendo i soldi per poi ricominciare. Il bar era pieno: c'erano tre file lunghissime. Se non avessimo conosciuto Camille, avremmo potuto aspettare tutta la sera per sedersi. Anche i tavoli erano pieni, così come i tavoli da biliardo e la pista da ballo.

 

Due mani fredde mi toccarono le spalle ed io mi girai per abbracciare America. Due giganti orecchini pendevano dalle sue orecchie e i capelli erano sistemati in un disordinato chignon. Il suo top era mono spalla. Aveva un perfetto look glamour senza dover fare il minimo sforzo.

 

Camille ritornò. "Ragazzi, volete un tavolo? Posso farne liberare uno da Raegan per voi." Ammiccò. "Ama fare la stronza."

 

"Nah, stiamo bene." Disse Shepley, scuotendo la testa con il cugino.

 

America non perse tempo per trascinarmi in pista. Guardai mio marito un paio di volte, lui mi guardava mentre io lo guardavo e ignorava le quattro donne che cercavano di flirtare con lui.

 

Quando ritornai al mio sgabello, Travis fece scorrere il suo dito sul mio braccio tastando il sudore sulla mia pelle. Si chinò per baciare la mia spalla picchiettandola con il pollice e con dei piccoli bacetti. 

 

Mi alzai e mi avvicinai al suo orecchio "Non staremo qui tanto a lungo se continui così."

 

Travis mi guardò con un sorriso ironico. "Promesso?"

 

Gli baciai la fronte e lui mi avvolse con il suo braccio, palpandomi il fondoschiena. Stava guardando di nuovo le persone, rideva guardando le persone che stavano giocando, giudicando, flirtando, i tira e molla e le manipolazioni... Tutto era tale e quale ad un anno prima del nostro matrimonio.

 

Travis mi diede una pacca sulla schiena e si alzo. "Devo andare in bagno. Hai bisogno di qualcosa?"

 

Alzai un sopracciglio. "Dal bagno degli uomini? No."

 

Travis rise ed appoggiò la sua birra vuota sul bancone. "Pensi di ordinarmene un'altra?"

 

"Non so..." Dissi, premendo le mie labbra sulle sue quando si chinò per darmi un veloce bacio.

 

Shepley diede la sua birra ad America.

 

Lei scosse la testa. "Non so perché tutti dicono che le ragazze vanno al bagno in gruppo. I ragazzi fanno lo stesso."

 

Shepley alzò le spalle. "Mi assicuro solo che non provochi una rissa là dentro."

 

"Non ha bisogno di un babysitter." Disse America.

 

Shepley fece una smorfia, come se America avesse dovuto conoscerlo meglio. "Un po' sì."

 

I ragazzi sparirono tra la folla, e America si girò verso di me. "Quindi..." Disse passando le dita tra i capelli. "Questo posto ti fa un effetto diverso ora?"

 

"Perché tutti quanti continuano a chiedermelo?" Dissi. "Mi sono sposata, non ho fatto una lobotomia."

 

America rise forte e bevve un sorso del suo cocktail, battendo gli occhi quando due ragazzi si avvicinarono. "Oh merda."

 

"Cosa?" Chiesi.

 

"I ragazzi non sono andati via neanche da cinque cazzo di secondi e dobbiamo già respingere qualcuno." Protestò.

 

"Non stanno venendo qui." Dissi. "Inoltre,  Travis non prenderà a botte chiunque parli con me. Ha superato questa fase."

 

America mi guardò, indifferente e non convinta. "Hai ragione. Prima tu eri la sua ragazza. Ora sei sua moglie."

 

"Hey." Disse il primo ragazzo. La sua testa era rasata a zero, era alto più o meno come me, con un grosso collo e orecchie malformate. Era decisamente un pugile. "Sembrate..."

 

"Non single." Disse America interrompendolo. "Io ho un ragazzo e lei è sposata." Mi indicò.

 

Il pugile sorrise, guardando il suo amico molto più alto di lui e poi noi. Grandioso. Era uno di quei ragazzi che pensava che conquistare una donna fosse una sfida. "Ciao sposata. Io sono Ricky."

 

America ringhiò. "Divertente. Sei anche del 1984? Chi chiama più il proprio figlio Ricky?"

 

"Mare!" Sibilò. Stava diventando inutilmente troppo rude.

 

Ricky non era turbato. "Questo è Joel. Felice di conoscere entrambe."

 

"Non ti abbiamo detto i nostri nomi, dunque tecnicamente non ci siamo conosciuti." Dissi.

 

"Scusate." Disse Joel. "Vi abbiamo offeso in qualche modo?"

 

Guardai in basso con vergogna. "Scusate. No non l'avete fatto. Stiamo solo cercando di allontanarvi. I nostri ragaz... Mio marito e il suo ragazzo sono qui e torneranno a momenti."

 

"E quindi?" Disse Ricky.

 

Sospirai. "Mio marito non gradisce che io parli con degli uomini sconosciuti."

 

"Oh, è geloso?" Disse Joel. "Deve essere assillante."

 

"Non proprio." Dissi. "Grazie per averci salutato, ma ora dovreste andare."

 

"Sto bene." Disse Ricky con un sorriso.

 

Alzai gli occhi al cielo. America aveva ragione. Nel momento in cui Travis sarebbe tornato, ci sarebbe stato uno scontro e il divertimento per stasera sarebbe finito. Nessuno dei due ragazzi sembrava abbastanza intelligente da andarsene quando Travis avrebbe detto loro di farlo.

 

Ricky mise una mano in tasca, guardandosi intorno mentre sorseggiava la sua birra. Realizzai velocemente che non stava realmente provando a flirtare con noi, o anche solo a parlarci. Sembrava aspettasse che Travis e Shepley ritornassero. Lo guardaiminuziosamente, i miei sospetti crescevano sempre di più.

 

"Siete poliziotti?" Chiesi.

 

Entrambi gli uomini mi guardarono, sorpresi. "Cosa?" Chiese Ricky.

 

"Se siete poliziotti dovete dirmelo." Dissi.

 

America mi guardò confusa.

 

Joel rise. "No, non lo sono."

 

"E tu?" Chiesi, abbassando lo sguardo per guardare Ricky.

 

Ricky mi guardò una volta dalla testa ai piedi e poi lo rifece. Non era per niente interessato a me. Mi stava studiando, chiedendosi come una diciannovenne avesse potuto smascherarlo. Era lì per Travis.

 

Non rispose, quindi feci un passo verso di lui. "Vattene. Se vuoi parlare con lui, prima dovrai arrestarlo."

 

Ricky si piegò per dirmi. "Potrei farlo. Non ha neanche vent'anni per bere in un bar. Scommetto che ha i documenti falsi."

 

Strinsi gli occhi e mi avvicinai. "E quindi cosa state aspettando?"

 

"Che succede?" Chiese America allarmata. "Cosa volete?"

 

Joel era in piedi e si guardava intorno, facendo vedere finalmente il suo profilo. Non era un ragazzo del college, probabilmente era una recluta che sembrava abbastanza giovane da essere incaricato per farci abboccare.

 

Un forte braccio circondò il mio collo e Travis mi baciò sulla testa. "Hey, piccola." Come previsto guardò i due uomini di fronte a noi. "Chi è questo?"

 

"Chi?" Chiese America, facendo la stupida.

 

Travis non era divertito. Indicò Joel e Ricky, sempre che quelli fossero i loro veri nomi. "Questi clown."

 

Ricky rise. "Clown? Non stiamo parlando con le tue puttane. Calmati."

 

"Oh, sei fottutamente brillante." Disse Shepley levandosi il giubbotto.

 

Prima che potessi urlare per fermarli, Travis mi aveva già lasciato ed era scattato addosso a Ricky, buttandolo sul pavimento. Come sempre, il resto dei presenti si unì, idioti ubriachi che stavano camminando intorno cercando solo una rissa da vedere che avevano appena trovato.

 

America mi teneva indietro dalla montagna di pugni scagliati. Cercavo mio marito, non l'avrei potuto aiutare ma mi chiedevo quale fosse lo scopo del provocare una rissa. Ricky aveva già ammesso che l'avrebbe arrestato perché era minorenne.

 

Quando la rissa si espanse. Io ed America eravamo bloccate contro il bancone. Camille ci raggiunse, cercando di aiutarci dall'altra parte del bancone prima che fossimo schiacciate

 

"Shep!" Urlò America quando la spinsi oltre il bancone mentre Camille la tirava. "Shepley!"

 

Quando America fu dall'altra parte, in piedi accanto a Camille saltai di là anche io. Travis non era da nessuna parte e più a lungo era fuori dalla mia vista, più io mi preoccupavo. Non ero sicura di cosa volessero gli uomini. Avrebbero potuto essere poliziotti, uomini dell'FBI o peggio... Potevano essere stati mandati da Las Vegas. Benny non era ancora felice del fatto che Travis l'aveva rifiutato.

 

"Travis!" Urlai.

 

I buttafuori divisero la folla, mettendo daparte gli uomini che si stavano comportando come animali, Travis compreso.

 

"Travis Maddox!"

 

Travis si alzò, strofinando via il sangue dalle sue labbra con il dorso della mano, sorridendo verso il basso gli uomini ancora sul pavimento. La sua faccia era compiaciuta, i suoi occhi luminosi. Gli mancava combattere. Shepley strattonò la sua maglia, Travis indietreggiò e tornò verso il bancone per raggiungermi. Mi aiutò a scavalcare e poi mi appoggiò in terra in piedi.

 

"Stai bene?" Chiese Travis.

 

Mi accigliai, ma non si scusò. Combattere era sempre stato nel suo sangue e questo mi rendeva nervosa. La folla si fece largo e Travis tornò da me, stando in piedi a distanza di sicurezza in quanto gli uomini che si contorcevano in terra per il dolore rappresentavano ancora una minaccia. I buttafuori li lasciarono fuori, facendo segno anche Shepley e a Travis di uscire.

 

Camille ci raggiunse, piegandosi per parlare con Travis. "Continui a fare casini, Trav, e Jorie ti bandirà dalla sua postazione."

 

"Lo dice ogni volta." Disse Travis con un sorriso, strofinando di nuovo la sua bocca.

 

"Stai... Stai sanguinando?" Dissi, girandogli la testa per farmi guardare in faccia. Travis non veniva colpito a meno che non lo permettesse. Questa era la sua politica. Non l'avevo mai visto sanguinare e questo peggiorava le mie paranoie.

 

"Sì." Disse Shepley. "Devo avergli tirato una gomitata per sbaglio."

 

Alzai un sopracciglio. "Non dovevi farlo accadere, eh?"

 

Travis fece una smorfia. "Ci ho provato, ma ero in un'ottima posizione e stavo tirando un mezzo pugno al piccolo verme che vi ha chiamato puttane... E quindi non ho potuto scansarlo."

 

"Dai, ragazzi. Non costringete i buttafuori a condurvi fuori.." Disse Camille,  dando una pacca sulla spalla di Travis.

 

Alzai le spalle. Non avrei potuto incolpare Travis, ma ero lo stesso delusa. Camminammo fuori con Shepley e America verso i nostri veicoli parcheggiati fianco a fianco nel parcheggio.

 

"Lo hai capito?" Chiese America.

 

Scossi la testa. "No, ma lo farò."

 

"Di cosa state parlando?" Chiese Shepley, raddrizzandosi la maglia.

 

"Quei ragazzi erano strani." Disse America. "Sono venuti a parlare con noi, ma anche dopo avere detto loro che stavate tornando, sono rimasti lì. Quasi come se stessero aspettando voi."

 

Travis e Shepley si scambiarono delle occhiate.

 

"Li avevate mai visti prima?" Chiesi.

 

Travis fece una smorfia. "No e meglio che non li riveda di nuovo."

 

"Quello che ha detto..." Disse America. "Sapeva come sarebbe finita. L'intera situazione è strana. È successo qualcosa."

 

"Voi due dovete smettere di guardare gialli su Netflix. State diventando paranoiche, cazzo..." Disse Travis guardandomi.

 

Mi accigliai. "Mare ha ragione. È successo qualcosa. Dobbiamo capire di cosa si tratta."

 

Travis guardò Shepley, che alzò le spalle. "Uno di loro aveva il portachiavi del Parkland College. Sono solo una coppia di presuntuosi leccaculo di Champagne che non hanno mai incontrato un Maddox."

 

Inarcai un sopracciglio in direzione di Shepley. Pensavo di essere io l'osservatrice del gruppo.

 

Travis si levò il giubbotto e l'appoggiò sulle mie spalle. Non lo notai fino a quando non rabbrividii. "Sai di cosa abbiamo bisogno?" Chiese baciandomi la guancia. "Di voltare pagina. Non voglio passare il resto della mia vita a guardarmi le spalle, Abby. Non voglio che neanche tu lo faccia. Chiamerò per il lavoro il prossimo weekend e tu inizierai a fare il tutor. Finiranno le indagini e sarà una storia superata."

 

Annuii salutando America quando Travis aprì la porta del passeggero. Entrai seccata perché rabbrividivo ancora. Non avevo tanto freddo, ero solo nervosa. Joel e Ricky erano venuti per combattere con Travis. Dovevo sapere il perché.

 

Travis era in piedi fuori dalla mia porta e accese una sigaretta, tenendo l'altra mano sul finestrino. Premetti il palmo della mia mano contro o il suo e lui ammiccò, espirando una nuvola di fumo. Fece qualche tiro e poi picchiettò sulla fine della sigaretta, schiacciando la cenere con gli stivali e infine sì infilò la cicca in tasca. Girò intorno alla macchina e Joel e Ricky entrarono nel mio campo visivo. Erano in piedi nell'ombra e fissavano la Camry. Incontrai lo sguardo di Ricky e lui lo disse a Joel, ma non spostava lo sguardo. Alzai il mento e sollevai la mano, mettendo in mostra il mio dito medio.

 

Travis aprì la porta e feci sparire il mio vaffanculo, sorridendogli quando accese l'auto e mise la mano sul mio ginocchio mentre partiva. I due uomini indietreggiarono nell'oscurità, uscendo dal campo visivo di Travis, ma sapevo che erano là.

 

"Tutto ok, piccola?" Disse Travis. "Scusa. So che non vedevi l'ora di divertirti stasera."

 

"Non sono arrabbiata." Dissi, levando dalla mia faccia l'espressione sospettosa quando mi voltai verso mio marito. "Sto bene. Veramente."

 

"Pensi che quei ragazzi fossero furfanti dell'FBI o cosa?" Mi prese in giro.

 

Il compleanno di Travis sarebbe stato da lì a pochi giorni e sapevo che stava già pensando di costituirsi. C'erano molte ragioni per mentire. Guardai fuori dal finestrino lo specchietto retrovisore, notando un paio di fari che erano quasi un miglio dietro di noi. "No, penso che non siano nessuno. Falso allarme."

 

Travis tirò una pacca sul mio ginocchio e guidò verso il nostro appartamento, sorridendo come se nulla fosse cambiato ed io sorridevo con lui.

 

Episode Eight: Cake

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CAPITOLO 8-TORTA (Cake):

ABBY:

Guardai il contenuto della teca di vetro. Quando la mia bocca cominciò a sbavare mi chiesi quale torta sarebbe piaciuta di più a Travis. Dopo due ore avevo ristretto la scelta a tre torte: una torta gialla con glassa al cioccolato, una Neapolitan Cake, anche questa con glassa al cioccolato, oppure una torta di nozze. Travis si era lamentato della torta al nostro matrimonio a Las Vegas, dunque sapevo che gli piaceva il bianco sul bianco.

 

"Gesù Cristo, Abby, dai prendine una!" Disse America annoiata. Tirò un filo della sua gomma da masticare e lo prese tra le dita. "Odio pensare quanto tempo ti ci vorrà a scegliere la torta di nozze se ci stai mettendo così tanto per sceglierne una per un qualunque compleanno di Travis."

 

Non avevo spostato lo sguardo dal contenuto della teca di vetro che comprendeva torte a più strati, cupcakes, torte rotonde e rettangolari, tutte decorate in modo diverso e con tutte le rifiniture possibili ed immaginabili. "Una torta da nozze è per gli invitati. Questa è per Travis. Deve essere giusta."

 

America sospirò.

 

Arricciai il naso. "Che diavolo succede Mare? Perché sei così di malumore?"

 

Masticò la gomma che aveva sul dito e poi incrociò le braccia. "Non lo faranno."

 

"Chi non farà cosa?"

 

"I miei. Hanno detto che se io e Shep andremo a vivere insieme non mi pagheranno il college."

 

Ero scioccata. I genitori di America non erano iperprotettivi, ma ci tenevano a supportare qualunque cosa che avrebbe reso la loro figlia felice. Se America voleva comunque continuare il college non capivo che differenza facesse. America passava quasi tutte le notti con Shepley. "Mi... Mi dispiace. Non lo sapevo."

 

Alzò le spalle. "Come potevi?"

 

Abbracciai la mia migliore amica. "Non c'è fretta, lo sai. Shepley può restare quanto vuole."

 

"Andrà a vivere in un dormitorio."

 

"Cosa? Quando?"

 

"In autunno,all'inizio del semestre d'inverno, ma... Tornerò a Wichita per le vacanze d'estate. Sta andando di matto. Anche io lo sto facendo... E so come può sembrare, okay? Non sono il tipo di ragazza che si preoccupa se passa tre mesi lontano dal suo ragazzo. Normalmente sarebbe una ventata di aria fresca. Ma... Non voglio perderlo. Mai più da quando ci siamo lasciati... È solo diverso, Lo sai? Lo amo troppo, troppo, Abby."

 

La strinsi più forte e poi mi allontanai abbastanza per guardarla negli occhi. "Resta con noi, Mare. Lo fai comunque." Sorrisi. "Sarà divertente."

 

Scosse la testa. "Non me lo lasceranno fare."

 

"Perché?" Chiesi, frustrata.

 

"Papà dice che non vuole che andiamo troppo velocemente. Comprendo la loro paura, ma è una rottura di scatole."

 

"Puoi sempre farcela, lo sai. Trova un lavoro e trasferiremo le tue cose."

 

Gli occhi di America diventarono lucidi. "Facile da dire per te. Tu hai una borsa di studio. Loro pagano la mia retta. Se voglio continuare così, devo seguire le loro regole."

 

"Hai ragione. Ma puoi venire a trovarci nei weekend, vero?  Ti lasceranno per lo meno venire a vedere me."

 

"Certo, certo." Si allontanò da me strofinandosi il naso. Sorrise e scosse la testa. "Dio. Tutto ciò è stupido. Ci sono cose peggiori che accadono nel mondo."

 

"Non a te e non ora. È giusto essere turbata per il fatto che starai lontano da Shep per tre mesi. Hai ragione. È una rottura di scatole."

 

Fece un sorrisetto. "Grazie."

 

"Per cosa?"

 

"Per non farmi sentire come una cogliona."

 

Feci una smorfia. "Non era mia intenzione. Sei ancora una cogliona."

 

America giocosamente mi diede una gomitata quando una donna dietro il bancone camminò davanti a noi con un sorriso. Premetti il mio indice sul vetro, indicando una torta bianca. "Ci dovrebbe essere scritto: buon ventesimo compleanno Travis."

 

"In realtà." Disse America. "Potrebbe scriverci: buon fottuto ventesimo compleanno Travis?"

 

La donna sorrise. "Sembra una festa divertente."

 

Rispecchiai la sua espressione. "Lo sarà."

 

  *****

 

"Birre. Ghiaccio. Bicchieri. Musica. Torta..." Dissi, indicando i vari oggetti. "Stiamo dimenticando qualcosa. Mi sento come se ci stessimo dimenticando qualcosa."

 

America incrociò le braccia, ben lontana dal mio livello di stress. "Se lo dovessi paragonare all'anno passato, ti direi che ci stiamo dimenticando di una dozzina di spogliarelliste."

 

Le lanciai un'occhiataccia. "Divertente."

 

America rise, poi attraversò la sala, prendendo un piccolo palloncino che portò alle labbra. Le sue guance si gonfiarono, la sua faccia diventò rossa.

 

Guardai l'orologio. "Meno di un'ora." Guardai fuori. "Perché non è ancora arrivato nessuno?"

 

"Allenamenti di primavera." Rispose America.

 

Mormorai la parola merda e poi rabbrividii quando sentii un rumore fuori dalla porta.

 

"Ti ho detto... No! Fermati! Fermati cazzo, Travis!" Disse Shepley quando cadde di all'indietro sul pavimento del salotto.

 

Travis era in piedi sull'uscio, respirando forte, con un ampio sorriso sulla faccia. "Tesoro, sono a casa."

 

Rimasi a bocca aperta e mi sentivo come se il mondo stesse andando a rallentatore. Urlai la parola "No!"

 

"Perché è qui?" Disse America al suo ragazzo con un tono accusatorio.

 

Shepley si alzò e si pulì con le mani con una faccia infastidita e rossa. "Nel momento in cui ho provato a convincerlo ad andare ovunque tranne che a casa l'ha capito, okay? Ho fatto del mio meglio."

 

Travis fece un ghigno, ma la sua espressione cambiò quando vide la mia.

 

"Non avresti potuto fare finta? Dovevi per forza entrare per rovinarmi i piani?" Piagnucolai. Non stava nemmeno provando a fare finta. Era ingiusto.

 

"Piccola..." Disse Travis, urtando Shepley quando si diresse verso di me a braccia aperte.

 

"No." Dissi spingendolo via. "Non mi toccare! No!" Dissi, facendo il broncio. "Sai da quanto lo pianifico? Io non sono corsa in giro a rovinare la mia festa a sorpresa!"

 

"No." Disse Travis, imprigionandomi sotto il suo mento con le braccia tatuate. "Parker l'ha rovinata."

 

Mi accigliai, spingendolo via. "Ero comunque sorpresa! L'hai comunque portata a termine. Levati!"

 

Travis si piegò per baciarmi sulla guancia. "Volevo venire a casa per vedere mia moglie, perché sapevo stava lavorando per rendere speciale il mio compleanno."

 

"Che poi hai rovinato!" Ringhiai, spingendolo nuovamente. Non sapevo perché ci stessi provando... Tanto lui non si muoveva.

 

America abbracciò Shepley e poi gli baciò la guancia. "Non sei mai stanco del fatto che lui ti metta sempre nei guai?"

 

Shepley si lisciò i capelli, sulla sua fronte comparvero delle rughe. "Mi avrebbe rubato la macchina e lasciato nel parcheggio se non fossi saltato sul sedile del passeggero."

 

"Oh!" Disse America, incapace di smettere di ridacchiare.

 

Le braccia di Shepley erano incrociate e poi provò a scostarsi, ma non di tanto.

 

Travis mi afferrò il mento e mi costrinse a guardarlo. Quando i nostri occhi si incrociarono, mi bloccai, in difficoltà.

 

"Grazie." Disse, sbaciucchiando le mie labbra già sporgenti. Mi lasciò andare e mi sentii un po' disorientata dal bacio e dal mio futile sforzo.

 

Qualcuno bussò alla porta e Jason Brazil l'aprì entrando e fermandosi quando vide Travis in piedi che ammirava l'appartamento decorato per metà. "Oh. Dannazione! Siamo in ritardo?"

 

"Sì." Dissi, lanciando un palloncino a Travis. "E lui è nei guai."

 

"Non lo sono." Disse Travis, un po' scherzoso e un po' irritato.

 

"Ehm..." Balbettò Brazil. "Ehm... La festa continua?"

 

"Certo. Non posso annullare tutto dieci minuti prima che quaranta persone arrivino qui." Borbottai.

 

"Quaranta?" Disse Travis. "E basta?"

 

"Non contando le spogliarelliste." Spiegò America.

 

Travis non era divertito.

 

Un coppia di ragazze entrò dietro Brazil, avevano troppo autoabbronzante, erano troppo truccate e avevano due false coppe D che gonfiavano le loro magliette molto scollate.

 

"Pesce d'aprile!" Disse America, dando un'occhiata alle nostre visitatrici non invitate. "Le spogliarelliste sono arrivate."

 

Le sorelle della confraternita arricciarono il naso in direzione di America, ma solo dopo aver attirato la sua attenzione. Seguirono Brazil quando andò alla ricerca di un cavatappi e poi risero quando lo sollevò in alto.

 

"Trovato!" Disse, muovendolo come un bambino con un nuovo giocattolo all'asilo.

 

Brazil e i suoi amici aiutarono a decorare la sala gonfiando palloncini e appendendo ghirlande. Più persone arrivarono e si unirono ai decoratori. Più Travis aiutava e più la mia delusione cresceva. Non nei suoi confronti, ma nei miei. Avevo una famosa faccia da giocatrice di poker, avrei potuto imbrogliare i veterani di Las Vegas mille volte, ma non sapevo tenere nascosta una festa a sorpresa per mio marito.

 

Quando il sole tramontò, gli ultimi invitati arrivarono: Trenton e Camille. Trenton aiutò la sua ragazza con il cappotto e poi si girò per abbracciare il suo fratellino. "Tanti auguri idiota!"

 

"Ehi." Disse Camille abbracciandomi. "Stai benissimo!" Aveva il piercing al naso dall'ultima volta che l'avevo vista e i suoi capelli avevano una mèche nera. Più a lungo lavorava allo Skin Deep, più sembrava selvaggia ed ero sicura che Trenton l'amava. Sorrisi. Tutti i tatuaggi e il trucco erano belli su di lei. Era innamorata e non poteva essere più felice.

 

"Cosa?" Chiese.

 

"Niente." Dissi. Il mio sorriso svanì. "Travis è tornato a casa troppo presto."

 

"Tipico di lui." Disse Camille con un sorrisetto. Indossava la sua divisa da barista e doveva andare verosimilmente a lavoro dopo la festa di Travis. Diede un'occhiata a quest'ultimo, poi gli tese una bottiglia di whisky con un inchino.

 

Travis le baciò la guancia. "Grazie."

 

"Ehi!" Disse Trenton, accigliandosi e tirando una pacca sulla spalla di Travis. "Tieni le tue cazzo di labbra lontano dalla mia ragazza!"

 

Travis alzò le mani al cielo. "Va tutto bene, tutto bene. Stavo solo mostrando il mio apprezzamento."

 

Affondai venti candeline nella glassa della torta e poi andai in cucina alla ricerca di un accendino. Dopo aver aperto un cassetto dopo l'altro, tornai indietro a mani vuote. "È ridicolo!" Fremetti dalla rabbia. "Sono sposata con un uomo che fuma un pacchetto di sigarette al giorno e non abbiamo accendini?" Travis tirò fuori il suo accendino e accese la fiamma di fronte a me. "Grazie." Dissi piano, ritornando dove tutti gli altri erano riuniti di già con i piatti in mano.

 

Quando accesi le candele, America spense le luci e Travis si mise in piedi davanti al tavolo della colazione, dietro la torta, sorridendo, vedendo le parole scarabocchiate sulla glassa. Avvolse la mia vita con le braccia, strofinando il naso sul mio collo mentre ogni fiamma ondeggiava.

 

"Bella torta!" Disse, sussurrando le parole scritte sulla cima.

 

Buon fottuto ventesimo compleanno Travis.

 

"Felice che ti sia piaciuto, la parolaccia è stata un'idea di America."

 

Travis alzò la mano, dando il cinque ad America. "Ben fatto."

 

America annuì semplicemente, con le braccia incrociate sopra la vita, tenendo la mano di Shepley. Lui era dietro di lei, barcollò un po' quando ci guardarono. Aveva il sorriso più dolce di tutti in faccia. Non sapevo cosa pensare, ma sapevo che c'entrava America.

 

Cantammo Tanti Auguri a te e poi Shepley accese la musica. Danzammo, bevemmo e la polizia si fece vedere solo una volta. Metà della squadra di football era presente, così come la maggior parte dei membri della Sig Tau. Jim, Thomas, Taylor e Tyler chiamarono tutti varie volte, ma ogni volta Travis andava fuori a fumare e parlava con la sua famiglia. Baciai Travis ogni volta che uscì e tutte le volte mi ricordai del mio compleanno, di come fu dolce quella notte e come provavo a non innamorarmi di lui. Quindi ci baciammo molto. Ad un certo punto, Travis mi portò dietro nel corridoio e avvolse le dita intorno al mio collo, impaziente di premere la sua calda bocca sulla mia. Sapeva di birra economica e di zucchero ed io lo attirai più in profondità nella mia bocca.

 

Solo quando pensai che mi avrebbe sollevato tra le sue braccia e portato in camera sua, il ritmo della sua bocca rallentò. Si allontanò e mi baciò la guancia e poi mi sussurrò nell'orecchio. "Sono sorpreso dal fatto che tu non mi abbia ancora preparato degli shot."

 

"Non pensavo che fossi così bisognoso di soldi."

 

"Lo sarò se non trovo un lavoro."

 

Risi. "Avrai un lavoro. Devi solo andare là e accettarlo."

 

Travis guardò in giro e poi rivolse di nuovo la sua attenzione a me.

 

"Che c'è?" Chiesi.

 

"Mi assicuro solo che non buttino all'aria il posto."

 

"Oh... Ascoltati. Un uomo adulto."

 

Travis si accigliò. "Non ho mai fatto una festa qui... Perché non volevo spaccare il culo a qualcuno solo per il fatto di aver sporcato."

 

Gli toccai la guancia. "Un rifugio d'amore segreto, eh?"

 

La faccia di Travis assunse un'espressione disgustata. "Un cosa?"

 

Risi. "Niente."

 

"Oh, hai voglia di scherzare." Disse, pizzicandomi i fianchi con le dita.

 

Corsi fuori, in salotto, ridendo e nascondendomi dietro America. Travis mi inseguì e basta per un attimo, prima che gli speaker trasmettessero una canzone lenta. La mia canzone preferita. La nostra canzone. Travis mi attirò a sé. Ondeggiammo per un po' prima che Travis mi stringesse ancora più forte.

 

"In qualche modo hai detto di amarmi per la prima volta quando l'abbiamo ballata per l'ultima volta alla festa di compleanno." Disse.

 

"Cosa?" Dissi, andando indietro per vederlo negli occhi. Non c'era traccia di alcuno scherzo nei suoi occhi. "No, non l'ho fatto."

 

"Sì, eri ubriaca, fuori di testa, ma l'hai detto. Più o meno. Hai detto che in un'altra vita avresti potuto amarmi."

 

Sorrisi, fissando le sue caldi iridi color ruggine. Mi ricordo della prima volta che lo vidi nel sotterraneo dell'edificio del campus. Era sudato e coperto di sangue, ma i suoi occhi erano la mia casa. "Cosa mi hai risposto? Non sei corso via urlando?"

 

Scosse la testa, il suo sguardo diventò più intenso. "Ti dissi che io avrei potuto amarti in questa."

 

"Lo hai fatto?" Chiesi, colpita. Si trattava di quasi sei mesi fa e non me l'aveva mai detto. "Quindi... Tu l'hai detto per primo. In tutto questo tempo... Ho pensato che l'avessi detto io per prima."

 

"No." Ridacchiò. "Non sei mai stata la prima. In definitiva l'ho detto prima io. Anche dopo il tuo compleanno."

 

"No." Scossi la testa. "Era la sera che dovevo andare fuori con Parker."

 

Scosse la testa. "No piccola, non posso credere che non te lo ricordi."

 

"Me lo ricordo. L'ho detto io per prima. Tu l'hai solo ammesso. L'ho detto al mio compleanno."

 

"L'hai detto in un altro modo. Amarmi nella tua prossima vita non conta."

Si

"Bene..." Dissi, accarezzandomi il mento e sentendomi vincitrice. "Benvenuto nella nostra prossima vita."

 

Si fermò nel bel mezzo dell'appartamento. Scrollò le spalle e i suoi occhi mi guardarono con amore e adorazione, le mie guance arrossirono. "Non è possibile." Disse, abbracciandomi. Appoggiò il mento nell'incavo del mio collo ingobbendosi. "Il mio desiderio di compleanno si è realizzato prima di esprimerlo."

 

Premetti la guancia sul suo orecchio, ascoltando le parole della canzone e godendomi il momento. "È il tuo primo compleanno in veste di mio marito."

 

"Il miglior compleanno di sempre." Mi rispose. "Non ti preoccupare. Hai il resto della vita per sorprendermi."

 

"Hai dannatamente ragione, ce l'ho." Dissi, avvicinandolo a me. "Abbiamo davanti a noi un migliaio di sorprese." Tutte belle, sperai.

 

Episode Nine: Compromised

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CAPITOLO 9-COMPROMESSI (Compromised):

ABBY:

"Piccola..." Disse Travis levandosi il giubbotto e gettandolo sul letto. "Ti ho detto che mi dispiace."

 

"Lo so." Dissi levandomi i tacchi.

 

Eravamo a due, essendo stati buttati fuori dal Red per la seconda volta in quel mese per colpa delle risse. Invece di essere più rilassato grazie al matrimonio, ogni ragazzo che mi guardava più di una volta, mi offriva uno sorriso flirtante, oppure tentava di parlarmi era una minaccia. Nella mente di Travis, ora stava solo difendendo sua moglie e non più la sua ragazza. La posta in gioco era più alta, e per lui, ciò significava essere più toccato emotivamente da chiunque cercasse di disonorare l'anello che portavo al dito. Non si curava del fatto che io avessi provato varie volte a spiegargli che non c'era nessun problema. Travis avrebbe inevitabilmente minacciato o picchiato ogni estraneo munito di pene che mi rivolgeva la minima attenzione.

 

Ci spogliammo in silenzio, facendo a turno per il bagno e infine Travis mi guardò salire sul letto accanto a lui. Mi infilai sotto le lenzuola e solo quando lui si avvicinò a me, mi girai dall'altra parte per non guardarlo. Provavo uno strano sentimento, stavo diventando matta lì con lui, ma sapevo di non poter farmi accompagnare da America. Non ci sarebbero dovuti essere più rotture, litigi che andassero oltre il trucco, il sesso e il perdono. Una grande parte di me era sollevata, ma l'anello intorno al mio dito era stretto il quel momento. Troppo stretto.

 

Lo tolsi e mi sedetti sul comodino.

 

Travis si tirò su. "Che cazzo succede?" Disse a voce alta.

 

Non lo guardai, ma il rumore della sua voce e i suoi movimenti veloci mi spaventarono. "È scomodo dormire lì."

 

Anche se ero girata sapevo che si era accigliato. "Da quando?"

 

Sospirai. "Travis, ti prego. Sono stanca."

 

"Mettiti l'anello, Pidge." Non era una domanda. Era un ordine.

 

Deglutii. Avevo tre scelte. Ignorarlo, dichiarando la mia indipendenza, ma simultaneamente spezzando il suo cuore; cedere e continuare a mentire, oppure, cedere e dirgli la verità, anche così spezzandogli il cuore. Lo amavo più di ogni altra cosa, ma avevo solo diciannove anni. Non sapevo neanche cosa volevo essere, non ero pronta per il matrimonio. La maggior parte delle volte, ero stata terrorizzata da quello, provavo a pensare che stavamo ancora solamente uscendo insieme. Ma qualche volta, come questa, non ci riuscivo. Travis voleva quel livello di dedizione ed io volevo Travis. Il matrimonio alla fine c'era stato, ma psicologicamente, dovevo ancora abituarmi alla serietà della scelta che avevo fatto.

 

"Abby." Mi sfidò. "Hai promesso."

 

Cercai il piccolo cerchio di metallo e lo misi al dito. Jim un pomeriggio mi aveva sussurrato all'orecchio che il matrimonio era basato tutto su un compromesso, anche se a volte il compromesso poteva essere autolesionista. "Hai ragione, scusa."

 

Si distese di nuovo, rannicchiandosi dietro di me, tenendomi vicina. Chiusi gli occhi, l'anello mi strizzava il dito e Travis mi opprimeva. L'aria era asciutta, la mia gola era secca. Mi staccai da lui e balzai giù dal letto.

 

"È solo..." Iniziai, respirando forte. "Pensavo avessi finito con tutto ciò."

 

"Sei arrabbiata."

 

"Sì, sono arrabbiata! E delusa! E impaurita!"

 

Mi guardò sconvolto. "Pidge. Non avrei mai voluto..."

 

"Lo so!" Urlai, chiudendo gli occhi. Presi un respiro profondo per rendere le mie parole meno pesanti. "Lo so. Non ho paura di te. Non ho mai avuto paura di te. Penso solo che tu non sia più solamente un ragazzo del college che può tirare pugni quando vuole. Sei mio marito. Mi piace sentirmi al sicuro con te ovunque andiamo. Non hai mai lasciato che mi accadesse niente. Ma devi avere la testa sulle spalle. Non ti ricordi? Abbiamo avuto questa conversazione. Solo perché puoi non vuol dire che devi."

 

Allungò le braccia verso di me, i ricordi gli fecero apparire un piccolo sorriso sullasua faccia preoccupata. "Vieni qui."

 

Quando non lo feci immediatamente, divenne nervoso. "Cosa vuoi da me, Pidge?"

 

"Voglio..." Sussultai. "Voglio che tu cresca, Travis. Non devi più essere il più grande bastardo della città. Non hai niente da dimostrare. Basta un po' più forza per dimostrare che puoi trattenerti."

 

Guardò in basso, respirando come se gli mancasse l'aria. "Ti ha insultato." Mi guardò. "Ha insultato mia moglie. Ho combattuto con qualcuno per molto meno."

 

"Questo era prima." Dissi, strisciando nel letto accanto a lui. Gli afferrai il viso, incontrando il suo sguardo. "Prima del matrimonio. Prima, quando tiravi pugni per vivere e avevi quella reputazione. Prima dell'incendio. Ora tutto è diverso. Dobbiamo stare attenti."

 

Pensò alle mie parole quando scostò le mie mani dalla sua faccia, baciando il mio anularecon le labbra. "Posso stare attento." Mi baciò il palmo della mano e il polso. Sulla sua faccia comparve un sorriso malizioso.

 

Nascosi un sorriso. "Non è divertente."

 

"No, non lo è." Disse concentrato.

 

Ero coperta soltanto da una canottiera nera svolazzante e da degli shorts del pigiama coordinati. Continuò quello che stava facendo baciandomi la spalla e notò la spallina. Pizzicò l'orlo della canottiera e con una mano ed un movimento mi ritrovai a petto nudo. Muoveva la sua bocca lentamente e con tenerezza dal petto allo stomaco, fermandosi abbastanza a lungo nei miei punti preferiti per stuzzicarmi. Mi rilassai sul materasso e chiusi gli occhi. Stava venerando il mio corpo. Ero la sua religione.

 

"Questo non cambia niente." Respirai.

 

"Lo so..." Disse con voce smorzata quando si posizionò tra le mie cosce. "Ma sei arrabbiata. E sai cosa mi succede quando sei arrabbiata."

 

Sfilò la sottile stoffa dei miei short e appoggiò la faccia sulla mia pelle delicata. Sussultai, inarcando la schiena. "Oh, sono arrabbiata." Dissi tra i respiri. "Incazzata." Le mie nocche diventarono bianche e tutto il mio corpo rispondeva ad ogni movimento della lingua di Travis. "Furiosa." Si mise sotto di me lanciando via gli short e poi si posizionò di nuovo tra le mie cosce come se fosse affamato di me. Le mie ginocchia involontariamente fremettero ed io dissi il suo nome con molti riferimenti religiosi non appropriati.

 

Mi baciò le cosce e poi la pancia guardandomi con un sorriso fiero. Mi aveva dato a malapena il tempo per recuperare prima di essere sopra il mio corpo e affondare dentro di me. Quelle erano le volte che ero contenta del fatto che fosse incapace di trattenersi. Avevo visto solo di sfuggita Travis con altre donne, ma con me, non si tratteneva. Si metteva allo scoperto e faceva vedere ogni sua debolezza (ed io ero una di esse). Aspettava che venissi e una volta arrivata al culmine le nostre vite ricominciavano. Non c'erano né prima né dopo. Travis sapeva sin dall'inizio che saremmo sempre stati insieme. Quella verità era nei suoi occhi tutte le volte che mi guardava; dal modo in cui mi stava guardando in quel momento quando si muoveva a pochi centimetri dalla mia faccia.

 

"Piccola." Respirò. Mi guardava con stupore, che era l'esatta espressione che era sulla sua faccia la prima volta che facemmo l'amore (e tutte le volte dopo), come se fosse sorpreso nello stesso modo in cui io mi sentivo formidabile e perfetta.

 

Le ore passarono e ad un certo punto pensai di sentire Shepley e America in salotto. Travis non perse il ritmo e alla fine i nostri coinquilini si ritirarono in camera loro. I miei muscoli tremavano con fatica e a me mancava il respiro, ero incapace di riprendere fiato, ma più a lungo stavamo aggrovigliati, più avevo bisogno di lui. Mi sentivo insaziabile, facilmente continuavo a sedurre Travis, da un orgasmo all'altro fino a quando entrambi fummo esausti.

 

Mi distesi sulla pancia con la testa sul cuscino guardando mio marito che stava facendo lo stesso. I nostri mignoli erano incrociati tra loro, le lenzuola erano messe a casaccio sotto i nostri fondoschiena. La mia pelle scintillava a causa del sudore, i miei occhi erano pesanti e i miei capelli aggrovigliati intorno a me. La mano libera di Travis era sopra la sua testa e faceva girare una ciocca color caramello dei miei capelli. Non parlavo, non ne avevamo bisogno. Eravamo pieni l'uno dell'altro, l'aria odorava di sesso, amore e soddisfazione.

 

 

                                    ****

 

Ero la signora Maddox da un mese da quando vidi Ricky e Joel, i due uomini che si erano avvicinati a me e ad America al Red (e ai quali successivamente Shepley e Travis avevano spaccato il culo). Li avevo solo intravisti quando comparvero all'ingresso della mia classe di letteratura inglese. Mi fermai per assicurarmi che fossero loro e poi li seguii attentamente, assicurandomi di non essere vista.

 

Una volta raggiunta la fine del corridoio, sbirciai da dietro un angolo, guardando Joel dietro un computer. Ricky era in piedi vicino a lui con una pila di carte in mano. Sembrava come se stesse dettando a Joel. La stanza dove si trovavano era caotica. Alcuni studenti stavano saltando da banco a banco, gli altri tamburellavano sugli schermi dei loro computer. Mi sporsi indietro per vedere se ci fosse qualche insegna sulla porta solo per assicurarmi che non fosse una mini biblioteca fuori dalla norma che non conoscevo. Quando mi piegai un po' più in avanti per provare a sentire cosa stava dicendo Ricky, una ragazza che conoscevo dal corso di statistica mi superò dandomi una spallata.

 

"Scusa." Disse di fretta.

 

"Ehm..." Iniziai.

 

Si girò, la sua espressione era un misto di confusione e affanno. "Cosa? Sono in ritardo."

 

"Scusa." Dissi. "Ho solo sbagliato classe e mi sono persa. È filosofia dell'antica Grecia?"

 

"No." Disse, scocciata. "Questo è l'Eastern star." Quando vide che non avevo capito sospirò. "Il giornale del college."

 

Alzai le sopracciglia e mimai un 'Oh' quando girò i tacchi per precipitarsi al suo banco. Li osservai per un paio di minuti e poi mi ritirai verso l'uscita dell'edificio. Ricky e Joel erano al Red per avere delle informazioni e stavano aspettando che Travis ritornasse. È stata una fortuna il fatto che uno di loro fosse abbastanza stupido da insultarmi prima di poter fare una domanda. Forse dovevano scrivere una storia sul cerchio... O peggio sul coinvolgimento di Travis nell'incendio. Strinsi i denti provando ad immaginare come avrei potuto fermarli prima di poter scrivere una storia. Anche un'ipotesi avrebbe potuto indurre gli studenti a chiacchierare quando, invece, prima si rifiutavano di parlarne. Gli studenti del college avrebbero potuto essere esitanti a parlare con la polizia, ma uno studente curioso avrebbe potuto scuotere la memoria dei sopravvissuti.

 

Mi fermai nel mezzo del corridoio, facendo un paio di passi all'indietro fino a quando il mio culo non toccò la parete e poi mi accasciai in terra. Misi i gomiti sulle ginocchia e appoggiai la fronte sulle braccia. Sarebbe mai finita? Travis sarebbe mai stato salvo?

 

Due paia di scarpe iniziarono a camminare verso di me fermandosi soltanto a pochi centimetri dalle mie Chuck Taylor.

 

"Abby?" Disse finalmente una voce familiare. "Stai bene?"

 

Guardai Ricky negli occhi. La sua guancia aveva ancora una leggera sfumatura verde chiara causata dal pugno di Travis di qualche settimana prima. "Dipende."

 

Joel e Ricky si scambiarono un'occhiata. "Da cosa?" Chiese Joel nervoso.

 

"Dove siete diretti?" Chiesi.

 

"A... Ehm..." Balbettò Ricky. "Perché?"

 

Strinsi gli occhi, ma prima che potessi dire qualunque cosa Joel si irrigidì. "Ci stai seguendo? Perché ci stai seguendo?"

 

Ricky sbuffò, compiaciuto. "Ti abbiamo beccata. Pensavi di poterti sederti nel mezzo del corridoio e non essere notata? Sai che siamo giornalisti vero? Noi notiamo tutto."

 

Ero solo confusa e non l'avevo detto loro, li avevo solo visti diventare più paranoici ad ogni nuova ipotesi.

 

"Travis sa che lavoriamo per lo Star vero?" Chiese Ricky. "Ha sentito che stavamo facendo delle domande?" Deglutì. "Cosa farà?"

 

Mi alzai, accennando un lieve sorriso. "Vedrai." Dissi. Mi girai lentamente e me andai. Spinsi la porta di vetro e scesi i gradini mentre internamente ero nel panico. Stavano scrivendo una storia su Travis. Stavano partendo per chiedere più domande a più persone. Se continuavano a scoprire cose qualcuno sarebbe affondato.

 

Toccai la tasca della mia giacca per constatare se ci fossero le chiavi della macchina. La mia mente stava elaborando come uscire da questa situazione, come fermare Ricky e Joel senza coinvolgere Travis (senza nessun ricatto, minaccia o esca).

 

Una voce profonda disse "Ahi!" Quando sbattei la testa contro il petto di qualcuno.

 

"Oddio! Scusa! Io..." Sentii un nodo allo stomaco.

 

"Ehi, Abs. Speravo di sbattere contro di te."

 

"Parker." Dissi, con tono accusatorio. Feci qualche passo per aggirarlo, ma lui mi prese dolcemente il braccio con la mano.

 

"Dai, non fare così." Lasciò il mio braccio e sorrise come se gli ultimi tre mesi non fossero esistiti. "Possiamo solamente... Parlare?"

 

"No."

 

"Abby, cosa vuoi che faccia? Supplicarti? Lo farò." Disse con il suo sorriso più affascinante. "Farò qualsiasi cosa. Voglio solo fare le cose per bene. Che ne dici di pranzo?" Feci una smorfia. "O di un caffè. Possiamo discutere prendendo un caffè?"

 

"Un caffè?" Chiesi. Lui annuì. Guardai dietro di me l'edificio dal quale ero appena uscita. Mi veniva la nausea solo al pensiero. "Qualsiasi cosa?" Chiesi, guardando di nuovo Parker. Ingoiai il nodo alla gola. Era come vendere la mia anima al diavolo.

 

"Basta dirlo."

 

Chiusi gli occhi già odiandomi per cosa avevo fatto.

 

Episode Ten: Twisted

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CAPITOLO 10-CONTORTO (Twisted):

TRAVIS:

Ruotai il freddo cerchio di metallo della mia fede nuziale intorno al mio dito mentre fissavo la palestra Iron E dal parcheggio. La primavera si stava facendo vedere, le nuvole grigie avevano bagnato tutta la mia auto, le gocce di pioggia cascavano sul pavimento producendo migliaia di splash. Spensi il motore e afferrai il volante, premendo la testa sopra il poggia testa del sedile.

 

Perkins Plaza quasi mi circondò con tutte le sue boutique, un negozio di attrezzatura da golf, un piccolo supermercato, un'estetista, un bar e nel centro la palestra Iron E. Con le fitte nuvole grigie era facile vedere le persone camminare all'interno, sotto le luci fluorescenti.

 

Stavano sollevando, guardando o correndo su uno dei quindici tapis roulants. Brandon era di fronte al bancone, stava flirtando con la receptionist.

 

Strinsi i denti.

 

Eakins aveva una vasta scelta di lavori per collegiali. Il problema era che era aprile, la maggior parte dei lavori che erano in qualche modo disponibili necessitavano solamente di un abitudinario festaiolo come supporto nel weekend, non di una coppia sposata. Avevo lasciato libero il posto. Tre dozzine di persone avevano la mia domanda di lavoro tra le mani e mi avevano anche detto di ritornare il prossimo anno per Natale, oppure avevano già assunto diversi studenti e non ne avevano più bisogno. I lavori al campus facevano guadagnare nove dollari all'ora, o meno... Nulla che potesse pagare affitto e bollette considerando le ore che potevo sfruttare tra una classe e l'altra.

 

Lavorare per Brandon e lasciare che i coguari del luogo mi palpassero mentre fingevano di allenarsi era l'ultima cosa che volevo fare, ma dovevo pagare le bollette in qualche modo. Abby era alla sua seconda settimana in veste di tutor, ma questo a malapena pagava la spesa e il gas.

 

Presi un profondo respiro, sfilai le chiavi dal cruscotto e sbattei lo sportello dietro di me, sentendo una pozzanghera sotto i miei piedi.  Bussai alla porta di vetro e attesi. C'era una tastiera per il codice all'esterno e ogni membro aveva il suo pin personale. Era passato tanto tempo da quando potevo entrare con il mio. Un uomo con il collo due volte più grande della sua testa appoggiò i pesi e con il rivelatore tira-su-il-culo-e-muovi-il-braccio camminò con le movenze di un pesista, aprì le porte e mi salutò con un cenno del capo.

 

"Brandon." Chiamò il tizio con la testa da bovino con voce roca.

 

Brandon si stava quasi strofinando dietro l'orecchio della receptionist quando guardò in alto. Un largo sorriso comparve sulla sua faccia.

 

"Maddox!" Esclamò, offrendomi la mano. "Che cazzo! Perché ci hai messo così tanto?" Afferrò la mia mano sinistra in una stretta potente e poi mi attirò a sé facendo toccare la sua spalla con la mia e tirandomi delle pacche sulla schiena. Lo stronzo dava ancora abbracci fraterni. "Vuoi compilare un modulo o cosa?"

 

Annuii.

 

Brandon si girò, andando verso la receptionist e toccandole le dita. "Un modulo, Steph. Ora."

 

Steph si voltò dandoci la schiena e si piegò aprendo un cassetto e toccando ogni singolo file.

 

Brandon mi toccò la spalla, ridendo e annuendo in direzione del sedere di Steph come un ventiduenne. Non sorrisi o mi accigliai; mi concentrai solo sul fatto di apparire indifferente.

 

Steph trovò cosa stava cercando e trotterellò verso Brandon con in mano carta e penna.

 

"Trovato!" Disse aspettando la lode da parte del suo capo.

 

"Sei grande!" Disse. "Non è bravissima?"

 

Se detto da un uomo sposato con la moglie incinta è un ammirevole complimento.

"Sì..." Dissi, schiarendomi la gola. "L'archiviazione dei file è un lavoraccio."

 

Steph abbassò il mento in qualche drammatico gesto del capo come per annuire, apprezzando il fatto che capissi le sue difficoltà.

 

"Lo vuoi riempire nel mio ufficio?" Chiese Brandon.

 

"Hai un ufficio?" Dissi, scherzando solo in parte.

 

Brandon gonfiò il petto. "Certo, da questa parte. Steph." Disse, sfiorandola di nuovo. "Acqua."

 

Lei annuì, precipitandosi per andare a prenderci l'acqua.

 

Come previsto, i suoi muri erano tappezzati di poster con modelle per il fitness mezze nude. Esitai a sedermi sulla sedia dall'altra parte della scrivania, sicuro che essa ogni notte sobbalzasse. Un sorriso comparì sul mio viso, ricordando il disgustodi Abby (che in quel momento era simile al mio) di fronte al vecchio divano la prima volta che era venuta nell'appartamento. Ne era passata d'acqua sotto i ponti da quella notte.

 

Steph portò due bicchieri e poi annuì quando la ringraziai. Lei tenne lo sguardo fisso su Brandon quando si girò, come se non sapesse di già che moriva dalla voglia di essere piegata su quella scrivania. Di nuovo.

 

"Sposato." Disse Brandon, scuotendo la testa e guardando il culo di Steph fino a quando ella non chiuse la porta dietro di lei.

 

Mi sedetti e appoggiai il modulo sulla sua scrivania, premendo la punta della penna con il pollice e riempiendo i campi vuoti il più veloce possibile.

 

"Come hai potuto farlo?" Chiese. "Lei deve essere sexy."

 

"Da quanto tempo possiedi questo posto ora?" Chiesi senza guardare in su. Non volevo tirare un pugno in bocca a Brandon per aver parlato della mia vita, quindi decisi di cambiare argomento.

 

"Quattro anni." Disse. "Tre anni con Joan." La sua sedia cigolò quando si piegò e appoggiò le mani dietro la testa. "Me l'ha assegnato quando ha firmato il divorzio."

 

"Oh, già, l'avevo dimenticato. L'hai ereditato."

 

"I bambini ereditano cose dai loro parenti, Maddox. Joan ho aperto questo posto con il suo ex marito, ma poi le ho fottuto il cervello e mi ha dato tutto quello che volevo. Questo posto era una merda per vecchie befane e grassone. Mi sono dedicato a questo posto, l'ho reso quello che è. Ora è mio. Ho guadagnato il triplo di quanto Joan abbia mai fatto in tutta la sua vita."

 

Scrissi i pochi lavori legali che avevo fatto e poi firmai, facendo scivolare il foglio verso di lui. Brandon parlava senza sosta della storia della palestra, accennando ancora gli affari di Joan e di come avesse dato di matto quando aveva scoperto che una delle sue fidanzate era rimasta incinta. Ora Jaci era sua moglie, incinta di sette mesi, e Brandon era ancora in accordi con Joan quindi in teoria non avrebbe dovuto esserlo.

 

Era un pezzo di merda a tutto tondo e ora era il mio capo.

 

Strinsi il braccio della mia sedia e ascoltai, provando a pensare ad Abby, al matrimonio, alla nostra vita insieme, tutto mi ricordava che essere nella stanza di Brandon tutti i giorni valeva la pena.

 

Guardai l'orologio, sentendomi esausto solo per aver resistito all'urgenza di strappargli la lingua da quella bocca da teppista. Brandon aveva descritto per quasi due ore quanto fosse fantastico.

 

Steph bussò alla porta e sbirciò nella stanza. "Ho chiuso, vado a casa."

 

Brandon la salutò. "Vado con Travis a prendere un drink."

 

"Sembra divertente." Disse Steph con un sorriso speranzoso.

 

Mi alzai. "Mi spiace interrompervi, ma devo andare a casa."

 

"Oh, certo." Disse Brandon con voce forte e con aria di superiorità. "La vita da sposato... Quando puoi iniziare? Non ci vorrà molto perché tu abbia qualche cliente."

 

"La prossima settimana." Dissi. "Lunedì."

 

Brandon si alzò e mi porse la mano. La presi, sentendo di aver regalato la mia anima al diavolo.

 

"Inizierai con le Betty." Disse.

 

"Chi?"

 

"Betty Rogan e Betty Lindor. Odorano di tarme e hanno più rughe di un elefante affamato, ma pagano il doppio quindi possono allenarsi insieme e adocchiare i ragazzi. Ti adoreranno. Ti daranno anche un bel compenso. Ti chiederanno di pranzare insieme il primo giorno. Vai con loro. Ti pagheranno l'affitto di maggio. Qui." Disse, tirando fuori un libriccino e un altro pezzo di carta. "Queste sono le nostre regole e condizioni e il contratto. Non mi parlare delle tue mance. Non voglio sapere quanto guadagni o come ottieni i soldi. È una regola extra dell'Iron E."

 

"Quindi vanno avanti così gli impiegati? È come un fottuto giro di prostitute." Pensai.

 

"Grazie." Dissi, arrotolando i fogli e mettendoli nella mia tasca posteriore. "Ci vediamo lunedì."

 

Superai Steph e attraversai la palestra vuota, spingendo la porta di vetro. Il cielo era grigio, e piccole pozzangheresi erano formati nel parcheggio, riflettendo l'alta luce che vivacizzava la piazza. La Camry era nel mezzo a due enormi pozze.

 

"Cazzo!" Dissi respirando e tirando fuori le chiavi dalla tasca. Tirai fuori anche il telefono dall'altra tasca e guardai il display: avevo delle chiamate perse. "Cazzo!" Ringhiai, digitando e portando il telefono all'orecchio.

 

"Travis?!" Disse Abby nel panico.

 

"Scusa, Pidge. Brandon parlava a ruota libera e non ho trovato un modo carino per dirgli di stare zitto e..."

 

"Trent ha avuto un incidente!" Disse di impulso.

 

"Un altro?" Dissi scioccato. "Sta bene?"

 

"Sono stati colpiti da un ubriaco. Sono all'ospedale. Thomas è su un aereo per casa."

 

"La situazione deve essere brutta." Dissi.

 

"Trent è in forma. Cami sta peggio."

 

"Sto tornando a casa. Sto tornando ora."

 

"Okay. Stai attento. Non guidare veloce sotto la pioggia."

 

"Starò attento.  Ci vediamo tra poco. Ti amo."

 

Premetti il tasto rosso e corsi dentro la Camry. Mossi la mano per girare la chiave.  "Dannazione Trent." Dissi, guidando verso casa.

 

Episode Eleven: Wrecked

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CAPITOLO 11-DISTRUTTO (Wrecked):

TRAVIS:

Le porte delle stanze dell'ospedale si aprirono con un soffio di vento ed io strinsi la mano di Abby conducendola all'interno dell'edificio attraverso l'ingresso. Madri esauste che tenevano in collo i loro bambini malati erano sedute accanto a fragili vecchi e un gruppo di ragazzi che praticavano skateboard era seduto intorno ad un amico che stava tenendo il polso sul petto. Lamenti, sospiri, pianti di bambini, suonerie di cellulari e annunci provenienti dal megafono mi facevano venire voglia di filarmela. Al di là della sala d'aspetto, sicuramente, c'erano delle doppie porte ognuna di esse con una piccola finestra rettangolare dalle quali provenivano rumori smorzati di un uomo che urlava e imprecava.

 

Annuii e guardai Abby. "È solo Trent. Dovremmo tornare là dietro."

 

Abby non perse tempo con la receptionist. "Ciao!" Disse guardando il cartellino con il nome. "Gladys. Stiamo cercando Trenton Maddox."

 

"Siete familiari?" Chiese Gladys con voce nasale, per niente impressionata dalla voce allarmata di Abby. Una coppia di catenelle decorate con perle pendevano dai suoi occhiali ovali.  Le sue labbra sottili si incresparono e si gonfiarono quando rispose. Probabilmente lavorava da più di dieci anni e non si faceva intenerire dal fatto che quello stronzo di mio fratello fosse ferito o dalla preoccupazione di Abby.

 

"È mio fratello." Dissi. "Ha avuto un incidente."

 

"Oh, l'ubriaco alla guida." Disse Gladys.

 

Abby strinse gli occhi. "No. È stato colpito da un ubriaco alla guida."

 

"Lo so." Disse Gladys sospirando. "Rifiuta di andare a fare gli esami."

 

"Quindi anche Cami è ferita?" Chiese Abby. "Quanto è grave?"

 

"Non posso darvi informazioni. Farò sapere loro che siete arrivati. Sedetevi."

 

Strinsi i pugni, ma prima che potessi perdere le staffe, Abby mi afferrò il braccio e mi trascinò davanti ad una corta fila di sedie non ancora occupata da malati o feriti. Mi sedetti, non realizzando che il mio ginocchio stava tremando furiosamente fino a quando Abby non premette il palmo della sua mano sulla mia coscia. Appoggiai il gomito sullo schienale. L'attesa era un'agonia. Trenton aveva già avuto un incidente con qualcuno a cui teneva. Anche se fosse sopravvissuto, pensai che questa volta tutto ciò l'avrebbe potuto uccidere. Se questa volta lui fosse sopravvissuto e Cami no... Non ero sicuro di come avrebbe potuto farcela.

 

"Travis." Papà in piedi davanti all'ingresso spalancò le porte di vetro.

 

Mi alzai e mi precipitai correndo in mezzo alla sala per abbracciarlo. "Come sta lui? Come sta Cami?"

 

"Trenton sta abbastanza bene. Zoppicherà per un po'. Si è rotto il braccio in due posti diversi. La sua caviglia è gonfia, ma i raggi X hanno detto che sta bene. Penso che sia caduto mentre correva."

 

"Oddio!" Disse Abby, coprendosi la bocca con la mano. "Scappava? Da chi? Perché?"

 

"Andiamo su." Disse Papà raggiungendomi.

 

Mi circondò con un braccio e poi sentii che si stava appoggiando a me. A vederlo dall'esterno se la cavava bene, ma le sue mani erano sudate e i suoi occhi affaticati.

 

"Va tutto bene, papà?"

 

"Io? Sì, sì... Sto bene." Ci condusse nella stanza di Camille, ma si fermò prima di entrare.

 

"Che succede?" Sussurrò Abby.

 

Papà appoggiò una mano sulla pancia, spostando lo sguardo in direzione del pavimento. "Camille quando è uscita da lavoro era sconvolta. Trenton è salito sul sedile del passeggero. Stava piovendo, e loro stavano litigando. Non hanno visto che il piccolo bastardo non aveva rispettato lo stop. La sua jeep è rotolata quattro o cinque volte. Quando Trenton si è ripreso, l'ha tirata fuori. Quando ha visto che non riusciva a svegliarla, l'ha presa e l'ha trasportata per un chilometro fino alla casa più vicina."

 

"Gesù." Respirai. "Con un braccio rotto?"

 

"Sì, l'ha fatto." Disse, incapace di nascondere il suo orgoglio.

 

Papà appoggiò una mano sulla porta. "Camille sta facendo una radiografia. Trenton è con lei. Quando ritorneranno..." Papà tossì e si schiarì la voce. "Metteranno nella giusta posizione le ossa di Trenton e poi gli ingesseranno il braccio. L'hanno avvertito che sta già cominciando a guarire e se continua ad aspettare, sarà più difficile da sistemare, ma lui non vuole lasciarla."

 

Lo strinsi più vicino a me. "E Cami?"

 

Abby fece una smorfia.

 

Papà si accigliò. "È ancora priva di sensi. Ha un profondo taglio sulla testa e qualcosa di gonfio. I finestrini si sono rotti in mille pezzi e l'hanno colpita in malo modo."

 

Abby l'abbracciò e lui ricambiò la stretta.

 

"Va tutto bene, Papà. Scommetto che staranno meglio in men che non si dica."

 

Papà sorrise e si strofinò gli occhi con il dorso della mano. "Tutto ciò è strano eh?" Tenne la porta aperta. La stanza era vuota. Non c'erano letti o flebo, solo una babilonia di oggetti dell'ospedale e due sedie. "Siediti, cara. Torneranno presto."

 

"Perché questo sguardo?" Chiesi ad Abby, notando lo sguardo amareggiato sulla sua faccia.

 

"Niente." Esclamò.

 

Mi misi in piedi dietro di lei, premendo gentilmente i pollici sul suo collo, massaggiando i muscoli tesi facendo piccoli cerchi. Emise un respiro e si rilassò.

 

"Piccola." Dissi. "Parla."

 

Lei guardò mio padre, che sembrava già sapere cosa stesse per dire. "Trenton non aveva mai lasciato guidare una ragazza dopo Mackenzie. La prima volta lui... Quello che Cami ha fatto è stato egoista. E Thomas." Si riprese. "Non importa."

 

"Sì." Dissi guardando papà. "Tommy sta venendo qui."

 

Papà si limitò ad annuire.

 

"I gemelli?"

 

"Stavano aspettando delle notizie. Verranno la prossima settimana."

 

"Perché andrà tutto bene." Dissi, pensando al meglio. Le mie sopracciglia si unirono e continuai a massaggiare Abby. "Ma Tommy non ha aspettato che giungessero delle notizie? Non è da lui."

 

Papà non disse nient'altro.

 

Un uomo con la testa rasata e un piccolo camice blu aprì le porte mentre trainava una lettiga. In seguito anche una donna aprì le porte con una mano, spingendo la seggiola a rotelle di Trenton con l'altra. Gli occhi di mio fratello brillarono per un attimo quando ci vide, ma subito dopo si rabbuiarono.

 

Guardai la donna, i suoi lunghi boccoli biondi risplendevano anche nella luce fioca della stanza. Il suo cartellino diceva che si chiamava Christy e sotto il nome c'era scritto radiografa.

 

"Grazie per l'aiuto, Christy." Disse l'uomo.

 

"Di niente, Julian. Ti serve aiuto con la telemetria?" Chiese. Lui scosse la testa. "Dimmi se ti serve qualcos'altro."

 

Julian guardò accigliato Trenton. "Solo se insiste di nuovo ad essere il rimorchio della ragazza."

 

Christy rise e si diresse verso la porta, i suoi occhi azzurri brillarono quando si girò per salutare. "Io pensi che sia molto dolce da parte sua."

 

Trenton contrasse la mascella, ma mantenne lo sguardo avanti, accigliato perennemente. Il suo braccio rotto era appoggiato sul petto, una coperta bianca dell'ospedale era stata usata come una fasciatura improvvisata. Un grande sacchetto di ghiaccio spuntava da dietro il sottile cotone.

 

Afferrai le maniglie della sua sedia a rotelle, togliendolo di mezzo mentre Julian posizionava il letto di Camille, bloccandolo.

 

Abby si inginocchiò di fronte a Trenton. "Hey." Disse, guardandolo. Il bianco del suo occhio ferito al momento era rosso, e la sua faccia, il collo e le braccia erano punteggiati da vari tagli prodotti dai vetri rotti della jeep.

 

Mi sedetti sulla sedia, appoggiando i gomiti sulle cosce.

 

Trenton spostò il suo sguardo altrove e i suoi occhi si appannarono.

 

Julian premette l'ultimo bottone dei cavi della telemetria su un adesivo sul petto di Camille, annuendo verso la nostra direzione quando uscì silenziosamente dalla stanza.

 

"Trent." Iniziai.

 

"Non ora." Tossì.

 

"So a cosa stai pensando." Dissi, scuotendo la testa.

 

"No, non lo sai."

 

Mi fermai, provando a pensare quali parole mi avrebbero potuto aiutare se fossi stato nella sua stessa posizione -se Abby fosse stata distesa in quel letto al posto di Camille.  Pensai a quando la cercavo nell'incendio e al profondo dolore e alla paura che ebbi anche solo al pensiero di perderla. Non c'era niente. Niente avrebbe potuto farmi sentire meglio in quella situazione tranne che vedere Abby stare bene. Guardai la faccia di Camille, era una strana combinazione di serenità, sangue e pallore.

"Hai ragione, non lo so. Tutto ciò fa schifo e mi dispiace."

 

Gli occhi di Trenton mi guardarono di nuovo. Le sue labbra fremettero. "Ho provato a fermarla."

 

Gentilmente afferrai il retro del suo collo, avvicinando la mia fronte alla sua. "Tutti noi lo sappiamo. Lei lo sa."

 

Un'infermiera entrò nella stanza. Due profonde fossette circondavano il suo ampio sorriso. Stava masticando una gomma dello stesso colore del suo camice. "Buongiorno a tutti." Sospirò. "Io sono Katie. Metterò a posto il braccio di Trenton. Ho sentito che non vuole andare nella sala per l'ingessatura, quindi Rosh verrà qui momentaneamente con l'attrezzatura."

 

Trenton era imperturbato.

 

"Non dovrebbe ehm... Essere il dottore a sistemargli il braccio?" Chiesi.

 

Katie diede un colpo sullo schermo della macchina a raggi X e accese la luce.

 

Abby fece una smorfia alla visione delle immagini ed io gridai interiormente.

 

Katie si girò verso di noi, i suoi capelli biondo cenere sobbalzarono. "Io sono un'assistente... E sono tutto quello che hai. Dopo la crisi di Trenton tutti i dottori mi hanno chiesto di sacrificarmi."

 

"Cazzate." Disse Trenton sbuffando.

 

Un uomo con un camice verde lime spinse la porta, portando l'attrezzatura, un vassoio pieno di rifornimenti e una bottiglia d'acqua.

 

"Ciao, Rosh." Disse Katie, allegra anche quando sussurrava.

 

Rosh teneva un rotolo di nastro adesivo verde lime. "Ho portato il miglior colore che abbiamo."

 

"Grazie." Disse Katie. Abbassò il mento. "Stiamo solo aspettando il letto extra e l'anestesista."

 

Trenton scosse la testa. "No. Voglio essere qui quando si sveglierà."

 

Katie esitò, poi lanciò un'occhiata ad ogni persona nella stanza. "Ha una famiglia qui. E, tu sarai qui, solo non proprio qui."

 

Trenton si alzò. "Ce la posso fare."

 

Sul volto di Katie comparve un sentimento di empatia. "Se urli..."

 

"Non dirò pio." Disse Trenton, incontrando il suo sguardo. "Lo giuro."

 

Katie lo guardò per un momento e poi annuì. "Ci credo. Ok, Rosh, facciamolo." Si lavò le mani, le asciugò, e poi si infilò un paio di guanti azzurri mentre Rosh si sedette su una sedia di fronte a Trenton, assicurandosi che la sua seggiola a rotelle fosse bloccata.

 

Trenton si trattenne mentre Katie rimuoveva la coperta e il pacchetto di ghiaccio. Palpò il suo braccio e poi annuì in direzione di Rosh.

 

Abby trattenne il respiro e papà si mosse di qualche passo.

 

"Qui, papà. Siediti." Dissi.

 

Scosse la testa, salutandomi.

 

Katie guardò Trenton negli occhi. "Pronto? Per prima cosa inizieremo con il polso." Lui annuì e Katie premette e spinse, spostando la sua mano e il polso.

 

La faccia di Trenton arrossì e contrasse la mascella. Afferrai la sua mano sinistra e lui affondò le dita nella mia pelle.

 

"Non trattenere il respiro." Disse Katie a bassa voce. "Non voglio che tu svenga su di me. Abbiamo quasi finito." Trenton respirò con il naso. "Perfetto. Concentrati sul tuo respiro. Stai andando bene."

 

Katie premette e mosse la sua mano ed io mi sedetti con mio fratello, pregando Dio di far passare tutto al più presto. Ma, Trenton resisteva al dolore, determinato ad essere sveglio per Camille. Solo quando pensai che non avrebbe resistito un secondo di più il suo braccio si raddrizzò e Katie fece un segno a Rosh.

 

"Okay, il peggio è passato." Disse. Piazzò il materiale mentre teneva il braccio in posizione, Rosh bagnò qualcos'altro ed iniziò ad avvolgerlo sul braccio.

 

"Perfetto." Disse Rosh, sorridendo quando avvolse il nastro verde lime attorno al gesso.

 

"Quando il mostro si asciugherà, sarò il primo a firmarlo." Dissi. "So già cosa scrivere."

 

"Non è un mostro." Disse Katie. "È un gesso bellissimo."

 

  *****

 

La pancia di Abby brontolò e lei mi guardò dispiaciuta. "Non ci sono fast food aperti tutta la notte?" Tutti alzammo le braccia in segno di resa, anche Trenton. Era uscita per la cena, ritornando dopo venti minuti. Dopo un'altra ora e un altro paio di esami, lo staff ci aveva avvertito che avrebbero spostato Camille al piano di sopra.

 

"Perché non si sveglia?" Chiese Trenton.

 

Il dottore prese un respiro e scosse la testa. "Quando si tratta di cervello, la faccenda è complicata. Il gonfiore sta svanendo e le sue funzioni celebrali vanno bene, quindi, queste sono buone notizie. Penso che si sveglierà presto. La sistemeremo nella stanza quattro-quattordici. È una suite posta in un angolo, molto carina."

 

Diedi una pacca sulla spalla di Trenton per incoraggiarlo. Aspettammo mentre raccoglievano il monitoraggio di Camille e le flebo e poi sganciarono la lettiga per trasportarla di sopra.

 

Seguimmo le infermiere all'esterno, salutando Katie e Rosh quando passammo davanti alla base dello staff del pronto soccorso. Quando raggiungemmo l'ascensore tutti videro immediatamente il problema. La lettiga di Camille e la seggiola a rotelle di Trenton non potevano entrare nello stesso ascensore.

 

"Ci vediamo direttamente su." Disse l'infermiera, i suoi capelli biondo ramato le ricadevano sulle spalle.

 

Trenton usò la sua mano sana per alzarsi. Mi precipitai per bloccare le ruote e gli occhi dell'infermiera si ingrandirono.

 

"Per favore, non farlo!" Disse.

 

Trenton zoppicò nell'ascensore, appoggiandosi alla barra della lettiga. Annuì verso la mia direzione. "Ci vediamo di sopra."

 

Le porte dell'ascensore si chiusero e aspettai tre secondi prima di premere di nuovo il bottone.

 

Abby sbuffò.

 

"Sei ancora arrabbiata?" Chiesi.

 

"Sì. Mi dispiace, ma sì. Penso che lei non si meriti tutte queste attenzioni che lui le concede." Disse.

 

L'altro ascensore si aprì, rivelando uno spazio vuoto. Aiutai mio padre ad entrare ed Abby lo seguì. Sembrava in imbarazzo a parlare male di Camille davanti a mio padre.

 

"Lo capisco, cara." Disse Papà. "È stato un giorno carico di emozioni. Qualche volta dobbiamo dare la colpa a qualcuno per far quadrare tutta la situazione."

 

"Io..." Abby pensò a come controbattere, ma Papà aveva ragione.

 

Quando l'ascensore si aprì, camminammo fuori per vedere Thomas in piedi alla postazione delle infermiere del quarto piano.

 

"Tommy!" Dissi.

 

Diede un'occhiata in giro e poi venne verso di me a braccia aperte. "Hai saputo qualcosa?"

 

Infilai le mani in tasca e alzai le spalle. "Il braccio di Trenton è rotto in due posti diversi. L'ha trasportata per un chilometro fino alla casa più vicina."

 

Thomas scosse la testa. "Questo è quello che ha detto l'infermiera. Porca miseria. È qui da solo una notte ed è già una leggenda."

 

Abby alzò le spalle con un sorriso innocente in faccia. "È bello che tu sia venuto."

 

Thomas abbracciò nostro padre e poi annuì, la sua testa era un turbine di pensieri. Ci guardò uno per uno. "Possiamo vederli?"

 

"Certo." Disse papà. "L'hanno messa alla fine del corridoio... Stanza quattro-quattordici."

 

Thomas aveva fretta di entrare nella stanza ed Abby mi lanciò un'occhiata prima di attraversare la porta. Quando Thomas vide Camille, rabbrividì, coprendosi la bocca. Levò la mano dalla bocca e cominciò a farla scorrere sui corti capelli biondo cenere. "Stai bene, fratellino?" Chiese, senza spostare lo sguardo da Camille.

 

"Sono vivo." Disse Trenton.

 

Abby chiuse la porta dietro le infermiere e noi guardammo Thomas avvicinarsi al letto di Camille. Toccò le sue dita teneramente. Trenton la guardava con confusione.

 

"Che cazzo fai, Tommy?" Chiese Trenton.

 

"Sarei dovuto venire prima." Disse, crollando. "Mi dispiace, Trent."

 

Trenton arricciò il naso. "Di cosa stai parlando?"

 

"Non ho preso un aereo... Sono solo stato seduto nella mia auto e ho apettato abbastanza a lungo per farti credere di aver volato fino qui. È stata una cazzo di agonia e sono stanco... Mi dispiace." Disse nuovamente Thomas, questa volta rivolto a Camille.

 

"Tommy." Dissi, facendo un passo. "Va tutto bene?"

 

Thomas spostò lo sguardo verso di noi, esitando quando vide papà. "Ero in città. Sono venuto per l'incendio, ma poi sono rimasto..."

 

"Per l'incendio?" Chiese Abby, toccandosi il mento. Stava studiando Thomas nel modo in cui studiava le carte in mano. La sua espressione era calma anche se era rincuorata da una chiara verità. "Thomas James..." Sussurrò.

 

Mi accigliai, irritato dal fatto di non riuscire a capire. Ma Trenton l'aveva capito. Impallidì. "No."

 

"Trenton." Iniziò Thomas.

 

"No!" Disse Trenton, più forte di quanto avessimo parlato per ore. Il suo respiro divenne affannoso e poi prese una boccata d'aria. Guardò il fratello maggiore, ferito e deluso. "Tommy! Dimmi che mi sto sbagliando!"

 

Abby si piegò per sussurrarmi all'orecchio. "Il ragazzo della California con cui Cami era fidanzata... T.J."

 

Corrugai la fronte, rilassandola quando fui colpito dalla compassione. "Oh, merda."

 

Thomas era in piedi al centro della stanza con aria colpevole, imbarazzato e più solo di quanto non l'avessi mai visto. Camminai verso di lui e poi mi fermai e soffermai lo sguardo su Trenton. Non sapevo cosa fare. Non avevamo mai vissuto una cosa del genere prima di allora.

 

"Va tutto bene." Disse finalmente Trenton. "Va tutto bene, Tommy. Lo capisco."

 

Thomas era stupefatto dal perdono di Trenton, a malapena capace di pronunciare le sue successive parole. "Ma tu l'hai amata per primo."

 

"E lei è stata il tuo primo amore." Disse Trenton. Rise, un modo insolito di scaricare il suo sconforto. "Ha provato ad avvertirmi. Non volevo capire."

 

"Perché l'ho indotta a mentirti. Non ci sono scuse per me, Trent."

 

Trenton alzò il braccio sano e lo fece cadere sul bracciolo della sua seggiola a rotelle. "Cosa vuoi che ti dica, Tommy? Vuoi che ti odi? Che urli? Che ti tiri un pugno? Sei mio fratello. Ti amerò, qualunque cosa succeda. Anche lei ti ama."

 

Thomas scosse la testa lentamente. "Non come ama te."

 

Un piccolo sorriso di apprezzamento comparve sulle labbra di Trenton e poi guardò Camille. "Lo so."

 

"Noi siamo... Ehm..." Disse Abby, aspettandomi. Annuii e lei continuò. "È tardi." Disse Abby, avvolgendo il suo braccio intorno al mio. "Dovremmo andare a casa. Torneremo in mattinata. Avete bisogno di qualcosa prima che ce ne andiamo?"

 

Trenton scosse la testa, seguito da papà.

 

"Hai bisogno di un passaggio, papà?" Chiesi. Lui scosse la testa.

 

Abbracciai Thomas, papà e poi con attenzione avvolsi il mio braccio intorno a Trenton. Salutai e poi condussi mia moglie per mano verso l'ascensore. Non parlammo fino a quando non raggiungemmo la macchina. Aprii la sua portiera, correndo verso la mia e mi precipitai dentro. Le mie dita avvolsero la cima del volante ed emisi un respiro.

 

"Wow." Disse Abby. Toccò la mia spalla. "Stai bene?"

 

"È stato intenso." Dissi. Feci retromarcia e mi diressi verso l'appartamento. L'orologio sul cruscotto indicava che erano le 3:47 di notte. I nostri fari erano l'unico paio di luci per le strade secondarie di Eakins. Quando giungemmo all'appartamento, il telefono di Abby squillò.

 

Controllò chi fosse e poi lo mise via crollando sul suo sedile.

 

"Era papà?" Chiesi. "Va ancora tutto bene?"

 

Deglutì, guardando fuori dal parabrezza le scale che conducevano al nostro appartamento. "Se Trenton non fosse stato così permissivo, quello che abbiamo appena visto sarebbe finito in modo diverso."

 

"Hai ragione." Dissi, annuendo.

 

Intrecciò le sue dita con le mie. "Tesoro, devo dirti una cosa."

 

"Per favore, non dirmi che sei innamorata di Tommy."

 

Rise, ma nei suoi occhi era ancora presente quel lampo di preoccupazione. "Trav... Ti amo. Ti amo così tanto che mi fai fare cose stupide. Riguarda ... Riguarda Parker."

 

"Parker?" Fremetti di rabbia, già sentendo le mie tempie pulsare.

 

"Sì, ma..." Chiuse gli occhi. "L'ho fatto per te. Sono preoccupata per te."

 

"Cosa c'entra Parker?"

 

"Ascoltami e basta." Disse. Strinsi i denti e annuii. Lei continuò. "Ti ricordi quei ragazzi al Red? Quelli a cui tu e Shep avete spaccato il culo? Sono del giornale scolastico. Stanno cercando informazioni sul tuo conto, Travis. Le persone che frequentavano il cerchio, non parleranno con la polizia. Ma ho paura... Cosa succederebbe se quei reporter costringeranno qualcuno ad ammettere che tu eri lì?"

 

Aspettai un minuto per calmarmi prima di parlare. "Tu." Iniziai, sentendo il mio cuore battere nel mio petto. "Tu vieni da me a parlare dei nostri casini, Abby." La mia faccia si contorse. "Non vai da Parker stronzo Hayes. È l'ultima persona a cui dovresti..." Sospirai, sentendo i miei occhi contorcersi. Era stata una notte lunga e dopo aver contrattato con quel pezzo di merda del mio futuro capo e poi con quel rottame di Trenton, l'ultima cosa che volevo era sentire da mia moglie che parlava con Parker.

 

I suoi occhi si riempirono di lacrime. "Lo so. Hai ragione. Non so a cosa diavolo stavo pensando. Ero disperata e lui era lì e... Ha accettato di aiutarmi se fossi andata a prendere un caffè con lui."

 

Chiusi gli occhi. "Abby, dimmi che non l'hai fatto."

 

Le lacrime iniziarono a scendere sul suo viso. Ogni muscolo nel mio corpo si tese, mentre aspettavo la sua risposta.

 

Scosse la testa.

 

"Ho detto di sì." Disse. "Ho detto che l'avrei fatto, ma non l'ho fatto. Non avrei potuto."

 

Il mio collo si rilassò e feci cadere la mia testa all'indietro. "Grazie Dio!"

 

"Scusa." Pianse.

 

Sbattei gli occhi un paio di volte, realizzando che era la prima volta che incasinava la faccenda. Era nei guai per la prima volta. Mi alzai e mi accigliai, provando a sembrare severo. "Sarà meglio che non si ripeta, Pidge."

 

Scosse la testa. "Non succederà."

 

"Non posso credere che tu l'abbia fatto." Dissi, nella mia voce c'era una punta di delusione. Le sue labbra tremarono e scoppiò in lacrime. Non sarei riuscito a resistere un secondo di più. "Piccola, va tutto bene. Non sono così arrabbiato, Pigeon."

 

Il suo corpo intero tremava ad ogni singhiozzo. "Lo so che sei deluso. Anche io sono delusa da me stessa."

 

Afferrai le sue guance con le mani, costringendola a guardarmi. "Non lo sai?"

 

Tirò su col naso, scuotendo la testa.

 

"Non c'è niente che tu possa fare che mi faccia pensare meno a te, specialmente quando ti comporti come una disperata perché sei preoccupata per me. Pensi che non sappia cosa succederebbe se i federali scoprissero la verità? Non siamo ancora del tutto al sicuro. Come posso incolparti per aver fatto qualcosa che forse mi aiuterà a restare a casa?"

 

Si girò, baciandomi il palmo della mano. "Sono stata così stupida, Travis."

 

"Sei tante cose, Pigeon, ma non stupida." Mi piegai per premere le mie labbra contro le sue e lei mi attirò più vicino. Sentivo le sue calde lacrime bagnare le mie guance, la sua lingua delicata accarezzarmi. Per la prima volta, realizzai che quella con Parker era una battaglia senza un vero scopo. Era più una minaccia per la sua ex, Jesse. Abby provava gli stessi sentimenti che io avevo nei suoi confronti e quell'amore folle rendeva migliori le nostre più irrazionali abitudini.

 

Stavo ignorando il fatto che Parker ne prendesse vantaggio... Per il momento.

 

Abby si piegò in avanti in direzione del mio sedile e poi gattonò sul portaoggetti. Si piegò all'indietro trascinandomi con lei, lasciando i nostri corpi cadere sui sedili posteriori. Sfilò la mia maglia e poi fece lo stesso con la sua.

 

"Qui?" Chiesi. Non facevo sesso in macchina dai tempi delle scuole superiori.

 

"Qui." Disse. "Ora."


Season Two Episode Twelve: Second Chances

Season Two

Episode Twelve: Second Chances

Infinitamente bello stagione 2

Seconde Possibilità

::Abby::

Mi mordicchiavo una pellicina che spuntava fuori dal mio pollice, facendo diventare la pelle rossa ed irritata. Uno strato di sudore si stava formando sopra il mio sopracciglio. La mia  schiena cominciava a lamentarsi per essere stata in sandali sulle mattonelle dure,  quindi spostavo il peso del mio corpo da una gamba all’altra. Se gli altri studenti che mi circondavano non fossero stati agli stessi livelli di stress,, sarei sembrata pazza. Silenziosamente ci supportavamo a vicenda, anche se avevamo fatto a gara per tutto il semestre. Guardando la lavagna di sughero vuota fuori dall’ufficio del professor Mott, eravamo tutti sulla stessa barca. I due punteggi più alti sarebbero divenuti automaticamente l’assistente del professor Mott per il semestre di autunno, e per un aspirante professore universitario di matematica, riuscire ad ottenere quella posizione sarebbe stato fantastico per il mio curriculum, così come per gli altri cinquanta studenti lì con me.

 

Mancavano cinque minuti all’inizio delle vacanze estive. Le valutazioni finali del professor Mott erano tra le ultime del campus della Eastern State, evidentemente perché eravamo tra i pochi studenti rimasti ancora nel campus. Avremmo potuto aspettare l’uscita dei risultati online, ma il professor Mott era della vecchia scuola, e gli piaceva stampare i voti su un foglio di carta prima di inserirli nel computer. Quindi, quelli come noi a cui importava veramente, aspettavano.

 

Mi mancavano i giorni in cui Travis aspettava con me, ma ora era a lavoro. Stava sterminando le cinquantenni e le sessantenni di Eakins- non come faceva quando combatteva nel Cerchio, ma come personal trainer alla palestra Iron E, stava pagando l’affitto e la maggior parte delle bollette. Guadagnava sicuramente molto più di quanto guadagnassi io facendo il tutor e questa cosa non sarebbe cessata con l’estate. Provavo a non sentirmi in colpa. Travis preferiva pagare le bollette e aveva il miglior lavoro di sempre.

 

Travis si allenava mentre le donne con cui lavorava facevano finta di non guardare. Alla fine, Travis veniva pagato per quello che avrebbe fatto ogni giorno. Stava diventando più grosso e i suoi muscoli già notevoli più definiti- questo induceva più clienti ad allenarsi con lui. Stava facendo molto più di qualsiasi altro personal trainer. Mi rifiutavo di preoccuparmi del giorno in cui Travis si sarebbe allenato con donne della nostra età. Probabilmente sarebbe successo, ma mi fidavo di lui.

 

La porta del professor Mott si aprì, e Trina, la sua attuale assistente, uscì. Teneva il foglio a rovescio con la lista dei voti in mano. Lo so. Ho controllato.

 

Trina scrocchiò il collo per far sentire meglio la sua voce acuta e stridula. “Per favore, scrivete un’email al professor Mott se avete delle domande sul vostro voto. Oggi non vuole ascoltare nessuna domanda.”

 

Detto questo, Trina appese il foglio sulla lavagna, usando una puntina per fissarlo, poi girò i tacchi, dirigendosi tra la folla che si stava restringendo velocemente. Ero stata fatta balzare avanti e indietro come in un flipper, ricordandomi del primo incontro a cui avevo assistito. Travis aveva spinto via le persone da me. Mi aveva sempre protetto, sin dal primo giorno.

 

“Ehi! Indietro! Indietro cazzo!” Disse Travis dietro di me. Avvolse un braccio intorno alla mia vita, usando l’altra mano e l’altro braccio per spingere gli uomini e gesticolare verso le donne. Il mio stomaco si era riempito di ali svolazzanti di migliaia di farfalle solo alla sua vista, ma il ricordo della notte in cui c’eravamo incontrati-una notte che avevo appena rievocato-fu abbastanza per volerlo attirare a me ancora di più e strappargli i vestiti di dosso.

 

“Sei venuto!” Dissi, avvolgendogli le braccia intorno alla vita e premendo la guancia contro il suo petto.

 

Mi teneva con un braccio, tenendo lontane le persone con l’altra. “Martha mi ha detto di smettere presto. Le stavo dicendo quanto fossi  nervoso per il tuo voto. Potrei aver menzionato anche quanto fosse una merda il fatto di non poter essere qui per te.

 

Suoni di gioia e di disappunto mi riportarono al presente e mi girai cercando il mio codice studente. Iniziai dal basso , i miei occhi si avvicinarono alla cima. “Porca Miseria!” Dissi. Mi voltai in direzione di mio marito. “Sono in cima!”

 

Travis si piegò per toccare il mio voto con l’indice. “Sei tu?”

 

“Sono io!” Dissi, incredula. “Ce l’ho fatta.”

 

Il sorriso di Travis comparse sulla sua faccia. “Ce l’hai fatta?”

 

Battei le mani e mi portai le dita alla bocca. “Ce l’ho fatta.”

 

Travis mi strinse e mi sollevò da terra, facendomi girare. “Questa è la mia ragazza! Woo!” Urlò.

 

Il professor Mott si affacciò da dietro la porta, cercando la sorgente del trambusto. Picchiettai sulla spalla di Travis e lui mi riappoggiò sul pavimento di mattonelle. Il professor Mott offrì un piccolo sorriso per congratularsi, annuii, e lui scomparse di nuovo dietro la porta.

 

Travis mimò con le labbra, sei un coglione!

 

Afferrai la sua mano e lo trascinai per il corridoio. Quando uscimmo dalla doppia porta a vetro dell’edificio Nagle di matematica e scienze, Travis continuò ad urlare e gridare. “Mia moglie è un cazzo di genio!” Mi tirò verso di lui e mi diede un bacetto veloce sulla guancia.

 

“Grazie per essere venuto, Trav. Non dovevi, ma sono felice che tu l’abbia fatto.”

 

Si illuminò. “Anche io. Dovremmo festeggiare. Una cena?”

 

Mi fermai. “Forse dovremmo cucinare?”

 

La sua bocca si piegò mezza in un sorriso e mezza in un’espressione ridicola. Frugò nella sua tasca e tirò fuori un mazzo di pezzi da cento dollari.

 

Restai a bocca aperta. “Che diavolo sono quelli?”

 

“La signora Throckmorton si è congratulata con me per aver finito il mio secondo anno al college.”

 

“Ti ha dato solamente…” Guardai in basso. “Cinquecento dollari?”

 

“Sì.” Arrotolò i contanti e li rimise in tasca. “Quindi, dove ti porto stasera?”

 

“Dovremmo risparmiare per…”

 

“Piccola. Lasciami essere un uomo che porta la moglie fuori per festeggiare, per favore?”

 

Strinsi le labbra, provando a non sorridere. “Da qualche parte dove posso indossare un vestito e non sembrare ridicola.”

 

Gli altri studenti iniziarono a fuoriuscire dalle doppie porte e a scendere gli scalini, separandosi una volta raggiunti me e Travis. Pensò solo qualche secondo prima che le sue sopracciglia si avvicinassero. C’era solo un ristorante carino in città: Biasetti’s. immediatamente venni sopraffatta dal dolore.

 

Travis fece una smorfia. “Non è il locale dei genitori di Parker?” Travis era ancora irritato da quando avevo quasi preso un caffè con Parker per cercare un modo di tenere alla larga i giornalisti dalla storia dell’incendio. Avrei dovuto saperlo prima di commettere uno stupido errore.

 

“Hai ragione. Non ci stavo pensando. Non dovremmo andarci.”

 

Mi fissò per un momento e avrei potuto quasi vedere le ruote girare nel suo cervello. Le sue spalle si rilassarono e sorrise. “È il posto più grazioso in città e non vedo l’ora di vederti conun vestito. È tempo di avere dei ricordi tutti nostri in quel luogo, non pensi?”

 

“È tutto a posto, Trav. Possiamo andare a Chicago e passare la notte là. Andare in un posto così particolare da non poter pronunciare i nomi dei cibi.”

 

“Pidge, è a più di un’ora da qui.” Strinse gli occhi nella mia direzione e poi sorrise. “Vuoi indossare un vestito e mangiare fantastica  pasta? Dunque indosserai un vestito e mangerai fantastica pasta. La signora Maddox ottiene tutto quello che vuole.” Mi prese in collo e mi caricò su una spalla. Gridai, ma lui mi ignorò, calpestando gli scalini e prendendo il sentiero che conduceva al parcheggio. “Perché?”

 

Gridai. “Mettimi giù!”

 

“Dillo!” Disse, tirandomi giocosamente delle pacche sulla schiena.

 

Gridai di nuovo, quindi, vinta, con una risata potei a malapena parlare. “Perché sei il miglior marito del mondo!”

 

“Più forte!” Disse, facendomi girare.

 

Urlai. “Sei il miglior marito del mondo!”

 

All’improvviso si fermò e mi riappoggiò a terra. Ridacchiai, senza respiro per lo sforzo. Lui mi guardò per un attimo e poi tirò su col naso, prendendomi per mano per condurmi alla macchina. “Dannazione se lo sono!”

 

Mi allacciai la cintura e Travis si allungò per dargli un piccolo strattone-una piccola abitudine che aveva preso dall’incidente di Trenton. Guidammo in direzione dell’appartamento di Trenton e Camille-un’altra nuova parte della nostra routine quotidiana. Travis guidò la nostra Camry fino alla parte più lontana della città, parcheggiando presso l’ultimo edificio degli appartamenti di Highland Ridge, una proprietà che era maggiormente piena di giovani professionisti e novelli sposi invece che di rumorosi collegiali.

 

Seguii Travis al piano di sopra, aspettando solo il tempo per bussare ed entrare. Avevo smesso di chiedermi perché nessuno dei Maddoxsi aspettasse che qualcuno rispondesse. Travis insisteva che non immaginava di entrare in una delle case dei suoi fratelli e di trovare la porta chiusa.

 

Trenton era sdraiato sul divano con il braccio steso su un cuscino che teneva sul grembo. Nell’altra mano teneva il telecomando.

 

“Che cazzo guardi?” Chiese Travis, arricciando il naso.

 

“Dr. Phil.” Disse Trenton. “È così incasinato. Queste persone fuori di testa e quel pelato di merda sfrutta il loro inferno, confidano tutte le loro speranze nella terapia gratuita.”

 

Io e Travis ci scambiammo un’occhiata e poi ci sedemmo sul divano vicino a Trenton.

“Cami è a lavoro?” Chiese Travis.

 

“Sì.” Disse Trenton.. “Sono felice che sei passato. Le sto rompendo le palle, chiamandola venti volte al giorno. Non posso lavorare, quindi pulisco e faccio il bucato alla meglio prima che lei torni. Guardo Il tempo della nostra vita e Dr. Phil. Quella Sami Brady è sexy. Me la scoperei.”

 

“No, non lo faresti,” Disse Travis, strappando il telecomando dalla mano di Trenton. Spense la televisione e poi lo lanciò sulla poltrona. Rimbalzò, ma non cadde.

 

“Ehi!” Disse Trenton accigliandosi.

 

“Dovresti allenarti con me all’Iron E tra un cliente e l’altro.” Disse Travis.

 

“Davvero? Come sta andando?”

 

“Brandon Kyle è un coglione.” Si lamentò Travis.

 

Trenton annuì verso di me. “Lo è?”

 

“Non saprei. Travis pensa che non sia una buona idea incontrare il suo capo.”

 

“Oh, non può tenere la bocca chiusa, eh?” Lo provocò Trenton.

 

“Quell’imbecille non desidera di vivere, a quanto pare.” Disse Travis, guardando il pavimento. Ritorno alla realtà velocemente. “Come sta Cami?”

 

“Bene.” Annuì Trenton. “Sta bene. Si scusa ogni dieci minuti. Si sente ancora in colpa.”

 

“Deve.” Mi lamentai, più forte di quanto intendessi..

 

“Siamo stati colpiti da un ubriaco alla guida, Abby.” Disse Trenton, protettivo. “Certo, stava guidando ed era arrabbiata, ma questo non ha aiutato. Avevamo la precedenza. Ma so che lo stai dicendo solamente perché mi vuoi bene.”

 

“Non esattamente.” Lo provocai, piegandomi sopra Travis per colpire il cuscino di Trenton. “

 

“Oh! Ehi!” Disse Trenton con un sorriso.

 

Travis ridacchiò. “Hai trasportato Cami per due miglia con quel braccio. Ora non puoi gestire un colpetto di Pidge? Che checca!”

 

Risi. Sedersie vedere i fratelli interagire tra loro era la cosa che amavo di più al mondo. Lo avrei potuto fare per tutto il giorno tutti i giorni. Litigavano, si abbracciavano, lottavano, si difendevano o si insultavano a vicenda. Erano adorabili.

 

Trenton ignorò la frecciatina di Travis e mi guardò. “Le piaci molto, Abby. Vorrebbe piacerti anche lei.”

 

“Mi piace.” Mentii. In verità, non mi importava di Camille e non mi era mai importato, anche quando era solo la barista preferita di Travis al Red. Non avrei mai identificato quale fosse per me la cattiva strada, ma anche se non c’era lei dietro alle ferite di mio cognato, lei usciva con Thomas e Trenton allo stesso tempo. Questo era un dato di fatto per me.

 

“Ne ha passate tante. Puoi capirla. Non giudicarla.” Disse Trenton.

 

Travis si stese sulla mia pancia e mi tirò una pacca sulla coscia. La sua mano schioccò a contatto con la mia pelle e poi mi strofinò la parte di pelle che aveva colpito, in caso che fosse stato troppo forte. Era un ragazzo enorme e diventava sempre più grosso ogni volta che andava a lavoro. Si comportava come se ogni voltache mi toccava mi avrebbe ferito.

Risi.

 

“Che c’è?” Chiese Travis.

 

“Non mi romperò, non importa quanto i tuoi muscoli diventino grandi.”

 

“Stavo per dirlo! Dannazione, ragazzo!” Trenton diede un pugno al bicipite di Travis e poi lo strizzò. “Stai diventando grasso!”

 

“Grasso.” Ripeté Travis. “Sono tutti muscoli, pistolino mangione, sei geloso?” Chiese, flettendo il braccio. La parte superiore di esso cresceva grosso e stretto, Trenton non potette tenere la stretta. Fu il momento in cui realizzai esattamente quanto Travis fosse diventato in solo poche settimane.

 

“Checca.” Si lamentò Trenton, piegandosi.

 

“A questo punto.” Mi alzai, aggiustandomi i pantaloncini. “Dovremmo andare. Hai bisogno di qualcosa , Trent?” Cami porta la cena o…?”

 

“Ho la cena.” Disse, gesticolando verso di noi. “Normalmente, prepara qualche piatto surgelato e lo mette nel freezer.”

 

Secondo me sembrava così orgoglioso e così disperato da indurmi ad approvare, abbozzai un sorriso. “È stata così dolce. Sono felice che si prenda cura di te.” Mi chinai per baciarlo sulla fronte e poi seguii Travis fuori dalla porta e giù per le scale.

 

Una volta saliti in macchina, Travis spinse la chiave nel buco di accensione, girando fino a quando la macchina non risorse. Si sedette indietro e sospirò, tamburellando con le dita sul volante.

 

“Ti manca andare in moto ovunque, no? Possiamo prenderla. Non mi interessa. Anche a me manca.”

 

Fece una smorfia. “Mi piacerebbe solo che ti scordassi dell’intera faccenda dell’incidente e di quella di Tommy e ricominciare con Cami.”

 

Fui riportata indietro nel tempo. Non ero abituata ad essere dalla parte sbagliata. Inoltre non ero abituata a Travis che non si fidava delle mie intuizioni, ma aveva ragione. Camille era parte della famiglia. Questo mi incriminava ancora di più. “Ti è sempre piaciuta.” Dissi, guardando la giovane coppia che aspettava che il loro cagnolino finisse di fare la cacca vicino agli scalini di Trenton. “Solo… non posso.”

 

“Sarà tua cognata uno di questi giorni. Devi risolvere questa cosa, qualunque essa sia, Trenton la ama. Devi parlarle.”

 

“Non voglio. Non penso sarà nei paraggi per tanto tempo.”

 

“Veramente?” Chiese Travis. “Cosa ti fa dire questo?”

 

“Penso che tornerà in California o troverà qualcun altro. È il tipo.”

 

Travis scosse la testa. “Non dirlo, piccola. Questo spezzerebbe il cuore di Trenton. E Tommy non la riporterebbe indietro, ad ogni modo. Ama troppo Trenton.”

 

“Non abbastanza da stare lontano da lei. Da non fare errori. È un rompi coglioni anche lui.”

 

“Non sono affari tuoi, Pidge.”

 

Allungai il collo nella sua direzione. “Seriamente? Sei attaccato al culo di Trenton. Sei più coinvolto di qualunque altro in questa merda, ma devo pensare ai fatti miei, giusto?” Mi toccai il petto.

 

Travis ridacchiò e si piegò. Mi piegai all’indietro, facendolo ridere più forte.

 

“È così divertente?” Sibilai.

 

“Sei solo dannatamente sexy quando ti arrabbi. È ridicolo quanto voglia toccare la tua faccia rossa e frustrata.”

 

“Non ho la faccia rossa.” Misi il broncio.

 

“Oddio, vieni qui. “ Disse, raggiungendomi. Provò a baciarmi, e mi scansai. Ci provavo, ma era solo troppo forte, ed era in qualche modo erotico.

 

“No!” Protestai, ma non combattei molto troppo per posizionare le sue soffici, calde labbra sulle mie. C’erano volte come questa quando mi faceva sentire sua. Non era un sogno, una fantasia o un film rosa.  Travis Maddox era reale ed io ero sposata con lui. Gli toccai le guance e aprii la mia bocca, permettendo l’accesso alla sua lingua.

 

Un bussare sul finestrino indusse Travis a guardare.

 

Sospirai, passandomi le dita tra i capelli quando Travis premette il pulsante del finestrino. “Oh. Ehi, Cami.”

 

“Siete qui per una visita?” Chiese nella sua voce falsa e vispa.

 

Era così carina. Ci provava veramente. Sapeva che non mi piaceva-non che io provassi a mantenere il segreto.

 

“Noi… Ehm… Siamo appena usciti. Eravamo diretti verso casa.” Disse Travis.

 

“Oh.” Disse Camille, delusa.

 

“Possiamo restare se vuoi.” Disse Travis. Gli diedi un pizzicotto e lui grugnì, afferrandomi la mano. “Per pochi minuti. Abbiamo un appuntamento.”

 

“Bene.” Iniziò Travis. Lo implorai con gli occhi di non dirlo. “Potete venire con noi se volete.”

 

Camille mi guardò ed io alzai le spalle. “Grazie, Trav, ma stiamo risparmiando ora. Un’altra volta, comunque. Sembra divertente.”

 

Entrambi salutammo Camille. Incrociò le braccia intorno alla vita quando salì le scale. Appena prima di entrare dentro, i suoi occhi brillarono e lei sorrise.

 

“D’accordo. D’accordo, hai ragione.” Dissi. “Ho dei rancori e voglio lasciarmeli alle spalle.”

 

Travis accarezzò la mia mano con la bocca e premette le sue labbra contro la mia pelle. Il condizionatore era al massimo, ma la sua mano era ancora un po’ sudata da quando ci eravamo seduti in macchina pochi minuti prima ed era spento. Apprezzò le mie parole, ma era un uomo che amava i fatti. Dovevo dimostrarglielo.

 

Sospirai e tirai fuori il cellulare dalla borsa, cercando il numero di Camille tra i contatti. Premetti il nome e avvicinai il telefono all’orecchio.

 

“Pronto?” Disse, sorpresa.

“Ehi, Cami. Sono Abby.”

 

“Lo so.” Disse, divertita. Provavo a non credere che si stesse prendendo gioco di me, ma fu la prima cosa a cui pensai.

 

“Io... Ehm... Dovremmo uscire per bere qualcosa o per un caffè qualche sera o giorno. Non devo andare a scuola, ora. Se hai una mattinata o una sera libera, fammelo sapere.”

 

“Oh.” Si bloccò. “Mi piacerebbe tantissimo, Abby. Domattina sono libera per il nostro incontro. Devo fare solo qualche cosa prima , quindi potremmo uscire alle nove e mezzo. Posso scaricare Trenton ed esserci per le dieci. Prendiamo un caffè?”

 

“Al Daily Grind?” Chiesi.

 

“Perfetto. Certo. È fantastico. Non vedo l’ora.” Disse, balbettando. “D’accordo... Ci vediamo allora.”

 

Prima di riattaccare la udii dire a Trenton. “Vuole prendere un caffè!”

 

“È fantastico, piccola.” Disse Trenton.

 

Staccai la chiamata prima di realizzare che avrei potuto ascoltarla e poi dolcemente appoggiai il telefono nel porta bevande. “È entusiasta.”

 

Travis ridacchiò. “Ho sentito. Penso che le abbia ripagato tutto l’anno.”

 

Mi piegai indietro e guardai in alto. “Voglio andare avanti. Lo farò. Ma non posso cambiare questa sensazione-come se dovessi tenere la guardia alzata con lei.”

 

“Qualunque essa sia, sono sicuro che lo scoprirai domani.”

 

“Ma stasera.” Dissi, guardandolo con un sorriso. “Mi devi portare a cena al Biasetti’s”

 

                                                                                   

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Grazie per aver letto il primo capitolo della seconda stagione di Infinitamente Bello! Sono super entusiasta per questa nuova stagione. Per favore andate tra i miei lavori inediti per scoprire quello su cui sto lavorando per quest’anno.

 

Qualcos’altro da sapere...

 

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A Beautiful Funeral: A Novel (Maddox Brothers Book 5) è uscito! New York Times, USA today, e Wall Street Journal bestseller, non potete perdervelo! Scoprite dove si trovano i Maddox undici anni dopo, riprendendo dall’epilogo di Uno Splendido Disastro. Questo romanzo è raccontato dai punti di vista di tutti i fratelli Maddox, le loro mogli e da qualcun altro che non avevate mai sentito parlare.

 

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Ci vediamo Giovedì per il nuovo capitolo di Infinitamente Bello!

 

 

<3

 

Jamie


Capitolo Tredici: Segreti

 

::Abby::

 

Camille era sola ad un tavolo per due, un perfetto quadrato di legno posizionato vicino alla finestra. Il sole mattutino si stava facendo vedere mentre la mia futura cognata stava attorcigliando un tovagliolo con le dita tatuate. Quando presi posto sulla sedia dall’altra parte del tavolo, era ancora molto presa da qualunque cosa stesse pensando dato che il suo sorriso stentato era sghembo e afflitto.

“Ciao Abby.” Disse a voce bassa.

“Va tutto bene?”

La sua testa oscillò su e giù lentamente in segno di assenso. “Grazie per essere qui.”

“Com’è andato l’appuntamento dal dottore?”

Si guardò le mani piegando la testa ed appoggiò il tovagliolo quando realizzò che l’aveva quasi strappato. “Si sta sistemando tutto. Trenton farà fisioterapia per un po’. Ha paura che non sarà più in grado di tatuare nessuno.”

“Non si è rotto la mano.” Dissi.

“Ma il polso sì. Molto lavoro sta nel polso.”

Mi accigliai. “Ci riuscirà. Tu invece? Come va la testa?”

Si toccò la rossa cicatrice scura ed irritata che si estendeva lungo l’attaccatura dei capelli. “Ho ancora qualche mal di testa. A volte vedo sfuocato. Ma comunque sto bene.”

“Sono felice che stiate entrambi bene.”

“Lo so.” Iniziò, esitante. Riprese di nuovo il tovagliolo, torcendolo come se fosse suo nemico. “So che mi incolpi. Non posso biasimarti, quindi non lo farò. Ho pensato all’incidente migliaia di volte e mi sono sentita come dici te. Era già caduto a pezzi per la sua ragazza precedente ed era ansioso nel salire in macchina con qualunque altra. Quindi, naturalmente, quando è salito in macchina con me, non mi sono fermata; non ho rallentato, non ho accostato; ho continuato a guidare urlando arrabbiata e non stavo dando la giusta attenzione alla strada.”

Le sue parole mi colsero alla sprovvista. Era come se avesse letto nella mia mente e ciò mi aveva un po’ addolcito. “Trent ha detto che nessuno avrebbe potuto schivare il coglione che vi ha colpito.”

“Trent dice un sacco di cose.” Borbottò Camille. Stava toccando uno dei tanti tatuaggi che Trenton le aveva disegnato. “Io dico a me stessa tutte queste cose, ma non si può tornare indietro. Non ti biasimo se ce l’hai con me, perché anch’io ce l’ho con me stessa, ma posso promettere di essere più attenta e premurosa e di imparare dai miei errori.”

“E Thomas?”

Camille sussultò. “Wow, ci credo che Travis ti ha sposato. Non hai peli sulla lingua.” Inarcai un sopracciglio e lei si sventolò come se fosse una formica sotto una lente in un giorno di sole. “Cosa vuoi che dica, Abby?”

“Ci tieni ancora?”

“Sì.” Un leggero sussulto le uscì dalla bocca, come se non fosse quello che intendeva dire. “Abby.” Disse, chiudendo gli occhi. “Io amo Trent. Lo amo e voglio stare solo con Trent. Thomas ed io abbiamo chiuso.”

“Sei sicura?”

Si accigliò. “Cosa… cosa succederebbe se Travis morisse?” Le lanciai un’occhiataccia e lei strinse i pugni. “Ascoltami e basta. Cosa succederebbe se Travis morisse e anni dopo, incontrassi qualcuno che ti fa sentire come mai nessun altro se non come Travis? Se non meglio?”

“Impossibile.”

“Bene, ma cosa succederebbe se non fosse così? Mi sento così con Thomas e Trenton. Con Thomas non è stata la relazione più lunga della mia vita ad ogni modo, e non lo sarà mai, ma terrò sempre a lui. Quando nella mia vita è arrivato Trenton non potevo non innamorarmi di lui. Credimi. Ci ho provato.”

“Quindi, non vuoi stare con Thomas?”

“No.”

“Che sarebbe successo se Trenton non fosse entrato nella tua vita?” Chiesi, incrociando le braccia sul tavolo.

“È irrilevante perché lo ha fatto.”

Una cameriera si avvicinò al nostro tavolo e portò due bottiglie d’acqua. “Ciao, sono Shannon. Volete qualcos’altro da bere?”

“Un caffè.” Dicemmo io e Camille.

“Si può fare.” Disse Shannon, andando in cucina.

“Camille, voglio che andiamo d’accordo. Voglio bene a Trenton e lui ti ama e questo ti rende parte della famiglia. È solo che…”

Mi guardò con disapprovazione, ma non scandalosamente sorpresa. “No, e non puoi saperlo.”

“Hai ragione...”

“Bene, quindi forse inizierò a piacerti.”

“Indubbiamente se Thomas e Trenton si sono entrambi innamorati di te, ci deve essere un lato positivo in te da qualche parte.”

“Forse, oppure sono solo spettacolare a letto.”

Arricciai il naso e ridacchiai, ricomponendomi quando la cameriera ci portò i caffè.

Shannon tirò fuori una penna per l’ipad. “Per colazione?”

“Pancakes.” Dissi, restituendo a Shannon il menù. “Uova Over Medium. Senza pasticcio di carne e toast.”

Shannon annuì e poi guardò Camille.

“Solo del bacon affumicato. Ben arrostito, grazie.”

“Perfetto.” Disse Shannon, scarabocchiando qualcosa velocemente prima di prendere il menù di Camille. Girò i tacchi, lasciandoci sole un’altra volta per andare in cucina.

Camille versò un po’ di zucchero nella tazza e poi mescolò, bevendo un piccolo sorso mentre guardava attraverso la finestra. Non sembrava arrabbiata come prima. Non avevamo risolto niente, ma si sentiva meglio dopo averne parlato.

“Questo è il problema.” Dissi. “Se Travis morisse, se mi innamorassi di nuovo, il prossimo uomo non sarebbe suo fratello.”

“Quindi, non ti piaccio perché ho messo Trent in pericolo di vita, perché stavo con Thomas, o per entrambi i motivi?”

“Per entrambi” Dissi senza esitare.

Camille annuì. “Va bene, ma non posso riparare quello che ho fatto, Abby. Potresti solamente essere arrabbiata con me invece di detestarmi?”

“Ci posso provare.” Dissi. “Ci proverò anche perché sei la prima fidanzata dopo di me e forse non mi piacerà nessuna di voi.”

Camille sorrise. “Quindi, non ti piaccio, e non sono speciale. Sei crudele, Abby Abernathy.”

Sorrisi a mia volta. “Te l’avevo detto.”

“Cosa sarebbe successo se fossi stata io la prima? Se io e Trenton fossimo sposati e tu e Travis aveste appena iniziato ad uscire? Se non avessi approvato?”

Pensai a questa ipotesi. Il primo pensiero fu che me ne sarei fregata, ma era vero. Avrei potuto ignorarlo, ma non piacere ad una moglie della famiglia, specialmente ad una nuova, mi avrebbe infastidito.

“Cosa sarebbe successo…” Continuò. “Se ti avessi rinfacciato di avere spezzato il cuore di Travis svariate volte e di essere uscita con Parker quando sapevi che lui ti amava…”

Puntualizzai. “Non sapevo che fosse innamorato di me.”

“Cazzate. Non sei stupida, quindi non fingere.”

“Pensavo fossi una novità. Ad essere onesti, pensavo ci fosse qualcosa di sbagliato in me. In realtà una volta mi ha detto che non voleva andare a letto con me perché gli piacevo troppo. Pensavo di essere stata friendzonata.”

Camille rise. “Me lo ricordo. Questa cosa lo ha perseguitato per mesi, ma alla fine si è risolto tutto al meglio, no?”

Alzai le spalle. “All’incirca.” Mi mangiucchiai le unghie, riordinando le mie emozioni. Camille mi aveva fregato. Non era poi così male, ma c’era ancora qualcosa che mi turbava. “C’è qualcosa che non mi hai detto? Forse qualcosa che non hai mai detto a nessuno, non lo so. C’è qualcosa che non mi torna ed è una sensazione che non posso togliermi di dosso. Se non sei stata completamente onesta con me, sputa il rospo, e ricominceremo da capo.”

Camille spostò lo sguardo.

“Oh merda!” Dissi. “Che cos’è?”

“Ma come? Sei sensitiva o qualcos’altro? Non lo sapevo.”

Strinsi gli occhi. “Cosa non mi hai detto? Cosa non hai detto a Trent?”

Si appoggiò sul tavolo, prese il mio tovagliolo, e lo avvicinò alla faccia quando iniziò a piangere. “Non volevo dire niente.”

“Di cosa diavolo stai parlando?”

“Io… ehm ero incinta. Il dottore ha detto che è come se l’avessi perso durante o subito dopo l’incidente. Mi ha nato due alternative: aspettare un aborto spontaneo o un raschiamento della placenta.”

“Cosa?” Chiesi, cercando di realizzare ciò che stava dicendo. “Sei incinta?”

“Lo ero.”

“Ma è ancora dentro di te?” Guardai la sua pancia, incapace di controllare la mia espressione disgustata. Non avevo mai avuto nessun bambino ed ero figlia unica. La gravidanza era qualcosa di estraneo a me.

“Ho fatto il raschiamento la prima settimana di aprile.” Spiegò Camille. “Non l’ho detto a Trenton. Era incazzato per il suo appuntamento dal dottore e per quanto fosse lento il processo di guarigione. Non voglio coinvolgere nessun altro.”

“Cami, non puoi tenerlo all’oscuro.

Scosse la testa. “Non glielo dirò. Non può farci nulla a questo punto.”

“Potreste commiserarvi insieme.”

“Io…” Il suo labbro superiore tremò. “Non mi commisero. Sono sollevata. Non eravamo nelle condizioni di avere un figlio.” Guardò in basso, vergognandosi. “Forse è questo che percepisci in me? Che sono egoista?”

Mi appoggiai allo schienale. “In realtà, aver provato ad affrontare tutto questa da sola non è per niente da egoisti, ma è la scelta sbagliata. Devi dirglielo.”

Camille si asciugò gli occhi con il tovagliolo, il mio tentativo di provare a capire l’aveva resa emotiva. “Non ho voglia di vedere il dolore nei suoi occhi. Sai quanto ama Olive. Sarebbe un padre fantastico, ma la parte peggiore è che ho paura che gli venga l’idea di doverci riprovare o qualcos’altro di assolutamente incoerente.”

“Non penso che insisterebbe sul metterti di nuovo incinta subito dopo avere scoperto che hai abortito. Quindi, stai bene? Non ti ha fatto male?”

“Sto ancora sanguinando, ma non fa così male come prima. È qualcosa che non voglio affrontare di nuovo. Il dottor Lee ha detto che c’era molto sangue e avrei potuto lacerarmi qualche tessuto.”

“Ehm…” Dissi, arricciando il naso. “Scusa, il pensiero di tu che cammini con un bambino morto dentro di te è… nauseante.”

“Non dirlo a me.” Disse Camille. “E il senso di compassione fa pena. Dovresti migliorare.”

“Oddio, scusami… io… non sono brava in questo. Vuoi… un abbraccio o qualcosa di simile?”

Camille alzò gli occhi al cielo. “No.”

Guardai le mie mani e il senso di colpa si impossessò di me. Mi aveva appena confessato di avere perso suo figlio, mio nipote o mia nipote, e ne stavo parlando come se si trattasse di qualcos’altro per cui giudicarla. “Camille… non penso che sia tu il problema. Penso che l’avresti dovuto dire prima. Ho fatto un sacco di cazzate con Travis. Forse non volevo essere l’unica. Forse ho bisogno di concentrarmi sui tuoi fallimenti per ignorare i miei.” Nel momento in cui lo dissi ad alta voce, la rabbia che provavo verso Camille sparì. “Di quante settimane eri?”

“Il dottore ha detto che era di sei settimane quando ha smesso di crescere.” Emise una risata fioca. “Significa che sono rimasta incinta la prima volta che io e Trenton l’abbiamo fatto.”

“Sei sicura che non fosse di Thomas?”

Questa domanda la stordì, ma si riprese velocemente. “Ne sono certa. L’ultima volta che l’abbiamo fatto risale a prima del ringraziamento.”

“Pancakes con uova over medium.” Disse Shannon, cogliendomi alla sprovvista.  Mi risedetti, realizzando di essermi sporta così tanto che il mio petto era a contatto con il tavolo. Shannon posò il piatto davanti a me e poi quello di Camille. “E il bacon ben arrostito.”

“Grazie.” Disse Camille tirando su col naso.

Affettai i pancakes e mi misi un morso in bocca. Camille aveva solamente tagliato il suo bacon, spostando i piccoli pezzetti intorno al piatto.

“Cosa intendi? Riguardo alla lacerazione, dico? Causerà dei problemi in futuro?”

“Non ne sono sicura, ma hai ragione. Devo dirglielo, però ora si incazzerà perché non l’ho fatto prima.”

“Fallo comunque.” Dissi. “Meglio tardi che mai. E, Cami… mi dispiace tanto. So che voi ragazzi non eravate pronti, ma questo non lo rende meno triste.”

Camille si mise un piccolo morso in bocca sorridendo. “Grazie… Abby? Possiamo ricominciare? Possiamo solamente accettare che siamo entrambe incasinate e che probabilmente non meritiamo l’amore che abbiamo e siamo d’accordo che dobbiamo farci il culo perché sia così?”

“Oh, lo meritiamo. Anche loro sono incasinati. Almeno Travis lo è ventiquattro ore su ventiquattro.”

Camille rise, mangiando un altro pezzo.

“Stai bene, vero?” Chiesi. “Dico sul serio.”

“Sto bene.” Disse con un sorriso di apprezzamento. “Questo è esattamente ciò di cui avevo bisogno.”

Sorrisi a mia volta, per la prima volta mi sentivo come se fossimo dalla stessa parte. “Bene, e…” Mi fermai, riflettendo su quello che volevo dire prima di farlo ad alta voce. “Se hai bisogno di qualcuno con cui parlare dopo aver dato la drammatica notizia a Trent, puoi chiamare me.”

“Davvero?” Disse Camille e i suoi occhi si incresparono di nuovo. Aveva degli amici, persone che avevano più diritto di me nel sapere cose del genere, ma ero sicura che questo l’aveva resa più emotiva di ogni altra cosa.

Annuii. Nel momento in cui mi aveva rivelato il suo segreto, il sospetto che nutrivo nei suoi confronti era svanito. Sapevo che stava nascondendo qualcosa. Ora che sapevo di cosa si trattava, questo sentimento incontrollabile se ne era andato. Non tutti potevano capire cosa significasse amare un Maddox. Dovevamo essere unite. Mi un altro pezzo di pancake alla bocca e sorrisi a mia sorella. Avevamo una lunga vita davanti. Questo era solo il primo giorno.

 

***

Grazie per aver letto il tredicesimo capitolo di Infinitamente Bello.

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Capitolo quattordici:

Karma

::Travis::

I tacchi dei miei stivali toccavano l’asfalto bollente dell’incrocio principale della piccola cittadina di Eakins. Il rombo del motore della mia Harley mi aiutò a rilassarmi. Era facile dimenticare o concentrarsi mentre guidavo in moto per la città, anche se i miei muscoli erano doloranti ed esausti a causa dell’enorme carico di clienti dell’Iron E.

Abby era dannatamente euforica dal giorno del nostro appuntamento. La sua fortuna aveva fatto in modo che quella sera i proprietari non fossero là. I genitori di Parker Hayes potevano anche possedere il Biasetti’s e quello poteva anche essere il posto in cui Parker aveva portato Abby per il loro primo appuntamento, ma nel momento in cui ci eravamo seduti, Abby era raggiante, arguta, sarcastica e di una bellezza naturale. Per il nostro primo non appuntamento l’avevo portata al salone della pizza. Era come se fossimo di nuovo normali studenti del college: niente bollette di cui preoccuparsi, niente agenti federali che giravano intorno al nostro appartamento. Eppure sapevamo di essere fortunati. Adam era in cella e aspettava l’occasione per raccontare la sua versione dei fatti. Io avevo portato mia moglie a cena e fingevo che il problema più grosso fosse che Abby e Camille non andassero d’accordo.

Scattò il verde ed io alzai i piedi in quell’istante, diedi gas, ingranando la marcia come se il limite di velocità valesse per tutti tranne che per me. Un altro giorno di lavoro e un semestre dietro di me. Avevo l’intera estate per passare il tempo a casa con la mia nuova moglie: nessun testo da scrivere, nessun gioco di destrezza tra lei, il lavoro e i compiti.

Lavoro… casa… Pigeon. Sembrava il paradiso per me, sempre se non fossi finito ammanettato e scortato dagli agenti federali davanti la porta di casa mia. Quello scenario era sempre nella mia testa.

Cercavo di ricordare l’estate dopo il primo anno di college: molti drink e scopate, niente preoccupazioni sulle lezioni di vita di Abby, o niente preoccupazioni in generale, ma guardandomi indietro era stato solo tempo perso. Abby aveva dato ad ogni momento il suo significato. Realizzai che l’avevo incontrata soltanto otto mesi prima, ma mi aveva fatto momentaneamente pensare che nulla di ciò che era accaduto prima di lei fosse stato reale.  Avevamo combinato talmente tanti casini in così poco tempo e in qualche modo eravamo insieme e felici. Qualche giorno avevo la sensazione che la realtà mi sarebbe piombata addosso con un calcio sulle palle da un momento all’altro.

La ghiaia nel vialetto di papà scricchiolò sotto gli pneumatici della Harley e premetti sul cavalletto appena il motore si bloccò. Papà uscì nel porticato, accogliendomi come sempre quando andavo da lui, ma questa volta Trenton era con lui, tenendogli il braccio con la sua mano libera.

“Bene, ecco.” Disse papà con un caloroso sorriso. Le sue guance si alzarono quando sorrise, socchiudendo gli occhi. “Sono felice di vederti. Entra… entra.”

Tirai una pacca sulla spalla di papà quando passai e annuii in direzione di Trenton.

“Ehi, femminuccia.” Dissi.

Trenton si limitò ad annuire.

Camminai per il piccolo ingresso e andai in salotto, crollando sul divano. Esso colpì il muro, ma papà non si lamentò. Si limitò a sedersi sulla sua seggiola a dondolo e si distese, lasciandosi oscillare mentre aspettava di udire le ragioni della mia visita.

Trenton si sedette al mio fianco, attentamente, sembrando più fragile che mai.

Mi acciglia. “Stai bene?”

“Sì.” Grugnii. “Sopravvivrò.”

“Sono serio. Stai di merda. Ti muovi più lento del solito.”

“Grazie, testa di cazzo.” Si lamentò.

Guardai papà. “È solo una mia impressione?”

“No, gliel’ho detto.” Disse papà. “Speravo che tu gli dicessi qualcosa.”

Trenton si distese e gemette, lasciando cadere la sua testa sui cuscini del divano. “Sto bene. Sto solo diventando pigro e poi la parte migliore di essere paralizzato è non ammalarsi.”

“Non essere un cazzo di idiota, Trent. Trascurarlo ti farà solo sentire peggio. Specialmente quando il tuo corpo sta già lavorando duro per guarire.” Dissi.

Trenton e mio padre mi guardarono.

“Cavolo, Trav!” Disse Trenton. “Ti sposi e ti trasformi in papà.”

La pancia di papà ballonzolò quando rise ed io guardai in basso, sorridendo.

“Quindi? Come va il lavoro?” Chiese papà.

Mi risedetti, provando a sentirmi comodo sul consumato divano di papà. Era bitorzoluto e aveva perso metà della sua imbottitura, ma mamma aveva comprato quel divano prima che io nascessi. Papà aveva dovuto lasciarla andare, dunque aveva scelto di tenersi le sue cose e aveva mantenuto la sua promessa.

“Va bene. Il mio capo è un coglione, ma ho imparato ad evitarlo per la maggior parte del tempo.” Guardai Trenton.  Stava iniziando a sudare. “Trent, hai preso gli antidolorifici oggi?”

Alzò la spalla sana. “L’ho presi stamattina.”

“Quindi, che succede?”

“Non lo so, fratello. Non mi sento bene e basta. Smettila di rompermi le palle.”

“Come sei arrivato fino a qui?” Chiesi. La macchina di Camille era distrutta, quindi lei guidava la fatiscente Dodge Intrepid da quando aveva ricominciato a guidare.

“Mi ha dato un passaggio papà con la jeep.”

Guardai papà che stava fissando Trenton con un’espressione concentrata. “Non sembrava star bene al telefono.” Disse papà.

“Capito.” Dissi, alzandomi per porgergli la mano. “Passami le chiavi, papà. Portiamo Trenton al pronto soccorso.”

“Cosa? No, cazzo!” Disse Trenton.

“Alzati.” Ordinai.

“Trav…” Disse Trenton. Mi guardò, esausto. “Non posso farcela.”

Lo fissai per un po’ e poi sospirai. “Ti aiuto io. Andiamo.”

“No, non posso chiederti di farlo.” Disse Trenton, stando peggio da un momento all’altro.

“Alzati, Trenton, o caricherò il tuo culo sulla mia spalla.”

Trenton guardò il tappeto, maledicendomi sottovoce e poi si alzò. Barcollò e agganciai il suo braccio sano attorno al mio collo, trascinandolo mentre camminavamo verso il pick up di papà. Aiutai mio fratello maggiore a salire e poi papà. Lui mi lanciò le chiavi e camminai per arrivare dall’altra parte, assicurandomi che la mia moto fosse abbastanza lontana dalla strada.

Tirai fuori il cellulare dalla tasca e pensai di mandare un messaggio a mia moglie, ma sapevo ad ogni modo che l’avrei soltanto allarmata, quindi decisi di aspettare fino a quando non avessimo avuto notizie. Entrai in macchina ed infilai la chiave nella toppa prima di girarla.

“Non dare troppo gas.” Disse papà. “Prosciugherai la benzina.”

Girai di nuovo per mettere in moto, ma senza risultati. Guardai Trenton. Era l’unico che aveva sempre lavorato sulla jeep di papà, ma ora era ferito e non si sentiva bene, quindi non sapeva dire cosa non andasse. La vecchia Chevy di papà era tutta da rattoppare.

Papà indicò il motore, facendo un cenno col dito. “Okay, gira un’altra volta, lasciala e poi gira di nuovo, premi l’acceleratore al massimo.”

Feci come mi aveva detto e quando premetti l’acceleratore emise quattro rombi e poi partì. Afferrai il volante, ingranai la marcia e uscii dal vialetto. Trenton gemette quando frenammo e poi di nuovo quando ripartii. Più lontano andavamo, più sembrava stare peggio.

“Trav…” Disse, chiudendo gli occhi. “Non sto così male. Fermati.”

Lo guardai. La sua faccia livida gocciolava di sudore e le gocce ricadevano giù dalla fronte.

“Vaffanculo, ti porto al Pronto Soccorso.”

Trenton disse qualcosa senza senso e poi svenne. Papà tenne la testa sul suo petto, guardandolo con attenzione.

“Travis.” Disse papà. La sua voce era calma, ma si percepiva che era impaurito.

“Due minuti.”

Papà annuì sapendo che stavo guidando più velocemente possibile.

Balzammo quando strattonai lo sterzo e accelerai verso la porta dell’ospedale. La jeep borbottò ad uno stop subito prima del parcheggio per le ambulanze ed io parcheggiai, correndo verso la porta del passeggero. Papà era già sceso. Lo raggiunsi, tirando fuori Trenton e caricandolo sulla mia spalla come se non pesasse niente.

Appena la porta automatica ci captò e si aprì, la receptionist ci guardò e chiamò le infermiere. Tre donne in camici appariscenti uscirono di corsa dalle porte automatiche con una barella. Appena tirai giù Trenton le tre donne stavano già calcolando i suoi parametri e attraversarono di nuovo le porte.

Papà guardò Trenton e poi me.

“Vai avanti, papà. Ci penso io.” Dissi.

Papà annuì e seguì il figlio incosciente. Le porte si chiusero e mi schiarii la voce, guardando la receptionist. Sembrava imperterrita e usò il mouse per cliccare qualche volta prima di scrivere qualcosa con la tastiera.

“Nome?” Chiese.

“Il suo nome? Trenton Allen Maddox.”

Digitò il nome e annuì. “È già registrato… molto recentemente a quanto pare.”

Annuii.

“Oh, è quello che…” La sua voce si affievolì e si fermò prima di dire qualunque altra cosa.

“Sì è lui.” Dissi.

Prese i miei dati e poi si offrì di portarmi da papà e da Trenton. Chiamò prima per avere il numero della camera e poi mi accompagnò attraverso la porta. Passammo per un triage e poi la seguii attraverso un ingresso bianco. Mi fece cenno di entrare nella stanza per gli esami numero dieci.

“Grazie.” Dissi, entrando. Spostai la tenda per vedere papà in piedi in un angolo che guardava le infermiere che stavano facendo una flebo. Trenton era sveglio, ma esausto.

“Ehi.” Gracchiò.

Passai una mano sulla testa e sospirai. “Mi hai spaventato cazzo!”

“Ciao.” Disse una donna con un camice bianco, porgendomi la mano destra. La scossi. “Sono la dottoressa Walsh. È stabile e sveglio. Il suo cuore non va come mi piacerebbe che andasse, ma penso che con i liquidi andrà meglio.”

“Che cos’ha?” Chiesi.

Sorrise, un ricciolo rosso brillante cadde da una crocchia disordinata. Si aggiustò gli occhiali sul naso. “Stiamo facendo degli accertamenti. Tuo padre ha detto che ha avuto un brutto incidente recentemente?”

“Sì, quasi due mesi fa.” Dissi.

Continuò a sorridere, fissandomi come se stesse aspettando qualcosa.

“Che c’è?” Chiesi.

Guardò il tablet che aveva in mano. Lo premette qualche volta e poi guardò lo schermo sulla parete. Trasmetteva immagini delle prime e ultime radiografie di Trenton. Arricciò il naso.  “Si è rotto in malo modo. È pazzesco che non abbia avuto bisogno di un intervento.”

“Non voleva lasciare la stanza della sua ragazza abbastanza a lungo per un intervento.” Dissi.

“Già, stava male anche lei. L’ha trasportata con quel braccio, vero?” Chiese la dottoressa, stava ancora sorridendo e finalmente capii il perché. Lo staff stava ancora ricordando la romantica storia. Eravamo una novità per loro.

“Sì, starà bene?” Chiesi, irritato.

La dottoressa Walsh mi toccò la mano ed io mi accigliai. Mi invitò ad avvicinarmi alla porta, guardando, mio padre e mio fratello e poi iniziò, tenendo il tono di voce basso. “Mia sorella minore va alla Eastern. Probabilmente non ti ricordi di lei.”

Il mio stomaco brontolò. Avevo scopato la sorella della dottoressa ed ora me lo avrebbe detto? Proprio ora?

Sorrise. “Le piaceva questo ragazzo. È senza speranze.” Disse, scuotendo la testa. “Una volta che si innamora, lo segue ovunque. Lo ha seguito a Keaton Hall durante il tuo ultimo incontro.”

Deglutii.

Il suo sorriso scomparve e i suoi occhi si persero. “Quando è scoppiato l’incendio lui l’ha lasciata. Si sentiva oppresso. Lei non era pratica dell’edificio. C’era molto fumo. Si è girata intorno e sii è imbattuta in te.” Lo sguardo della dottoressa Walsh incontrò il mio.

Mi corrucciai.

“Ricordi?” Chiese. “Era terrorizzata. Pensava di morire. L’hai mandata da un ragazzo che organizzava i combattimenti… Adam? L’hai mandata da lui perché sapevi che conosceva l’uscita e gli hai detto di aiutarla. Sai cosa? L’ha fatto. Ha aiutato lei ed altre sedici persone. Si è trattato solamente di qualche secondo, ma tu, Travis Mad Dog Maddox, hai salvato la vita del bambino di mia sorella.”

Guardai verso mio padre. “Io…”

“La polizia e i federali hanno già parlato con mia sorella.” La dottoressa sorrise di nuovo. “Non ti ha mai visto. Adam ha detto che non ti sei esibito e i sedici studenti salvati da Adam hanno detto lo stesso. Considerate l’ospedale come una casa.”

Afferrò la maniglia e la girò.

“Cosa?” Chiesi scioccato.

“Non posso dire a tutti quello che hai fatto quindi ti ringrazierò a modo mio.” Chiuse la porta dietro di sé. Guardai papà, provando a trattenere le lacrime.

“Morirò?” Chiese Trenton.

Ridacchiai e guardai in basso, prendendo il telefono dalla tasca per mandare un messaggio ad Abby. “No, coglione. Starai bene.”

“Ha detto che cosa ha?” Chiese papà.

Scrissi un breve messaggio a mia moglie e poi un altro a Camille. Feci una smorfia quando li mandai, sapendo che avrebbero entrambe fatto andare il mio telefono in cortocircuito. “Stanno facendo gli accertamenti. Lo sapremo presto.”

Trenton si rilassò sul cuscino, lamentandosi. “Morirò.”

Una donna entrò dalla porta con un contenitore con del nastro adesivo, delle garze e altri oggetti. “Ciao, sono Lana. Vi darò noia solo per qualche minuto.” Controllò la fasciatura sul polso di Trenton e poi diede un’occhiata ai fascicoli. “Potresti dirmi il tuo nome e la tua data di nascita?”

Mentre Trenton forniva le sue informazioni personali il mio cellulare vibrò. Mi portai l’apparecchio all’orecchio. “Ehi, tesoro.”

“Trav, va tutto bene?” Chiese Abby.

“Stanno facendo gli accertamenti. Sopravvivrà.”

Sospirò ed io sorrisi, amando mia moglie perché teneva alla mia famiglia come ci tenevo io.

Il cellulare emise un suono. “Oh, ehi, Pidge. Mi sta chiamando Cami.”

“Okay, sto arrivando.”

Riagganciai e risposi all’altra telefonata. “Sta bene. Stanno facendo gli accertamenti. Gli stanno prelevando il sangue proprio adesso.”

“Sta bene?” Disse Camille spaventata. Sospirò. “Dio, non ha dormito molto bene. Sapevo che questa mattina non dovevo lasciarlo solo. Lo sapevo.”

“C’è Cami?” Chiese Trenton.

Annuii.

Mi porse la mano e gli passai il telefono. “Ehi, piccola. Shhh… shhh. Sto bene. Lo so. Dovevo dirlo al dottore.” Si bloccò e poi si accigliò. “Cami non è colpa tua. Basta. Piccola, basta. No. NO, non guidare fino a qui. Aspetta Abby.” Mi guardò. “Abby la può venire a prendere? È sconvolta.”

Annuii.

Trenton tagliò corto. “Abby sta venendo a prenderti. Andrà tutto bene, promesso.”

Trenton mi passò il telefono e scrissi un messaggio ad Abby. Rispose con un semplice “Ok.”

“Abby sta andando a prenderla. Saranno qui presto.”

Trenton sospirò. “Dannazione starà dando di matto.”

“Mettiti comodo.” Disse Lana etichettando le fiale con degli adesivi. “Hanno detto che ti tratterranno.”

Le pupille di Trenton si dilatarono. “Cosa? No. No, non posso.”

“Ehi…” Dissi andando verso il suo letto. “È tutto coperto.”

“Trav…” Disse contraendo i muscoli della mascella. “Mi costerà un migliaio di dollari.”

Lana si scusò ed io aspettai che uscisse dalla stanza. “Ho parlato con la dottoressa. È tutto coperto.” Mi chinai per sussurrargli nell’orecchio. “Sua sorella minore era là al momento dell’incendio. Si è salvata.”

Mi rialzai e Trenton corrugò la fronte. “Non capisco.” Disse.

“Ti spiego dopo. Per ora stai tranquillo.”

Guardai papà e vidi il sospetto nei suoi occhi.

Trenton annuì e si rilassò, respirando lentamente e provando infinita tristezza. Chiuse gli occhi e trasalì, contorcendo il corpo a causa del dolore.

Papà si avvicinò al letto di Trenton e gli accarezzò i corti capelli marroni. “Riposati, figliolo.”

Trenton si piegò al tocco di papà, tenendo gli occhi chiusi.

Di qualunque cosa si trattasse, mi sentivo che Trenton sarebbe rimasto più di una notte.  

Thank you SO MUCH for your patience as I tried to work around the holidays this year. I know I said the episodes would be posted as usual, and I missed last week. The translators are volunteers, and like me, they're doing this for free. We decided two weeks ago it would be better to post all the languages at once so everyone could read at the same time, so we skipped a week to get caught up. Thanks again for your understanding, and I hope you've enjoyed this season so far!


CAPITOLO QUINDICI:

::Travis::

Battei gli occhi fino a quando non riuscii a vedere nell’oscurità dell’ospedale di Trenton. Papà era ancora immerso in un sonno profondo, sdraiato su una branda in un angolo della stanza. Io avevo dormicchiato su una seggiola accanto al letto di Trenton. La flebo pompava continuamente liquidi, le voci esterne dell’altoparlante stavano chiamando un’infermiera, e, da quando ero lì, qualcuno era venuto a prendere il sangue di Trenton e un’infermiera era venuta a ritirare i parametri e a controllare i condotti di Trenton ogni ora. Io mi chiedevo come le persone potessero dormire mentre erano ricoverate in ospedale. Non ero mai stato molto paziente e stavo iniziando a sentirmi esausto e malato.

Il mio cellulare vibrò e mi accorsi che avevo diversi messaggi.

“Merda.” Sibilai, controllando il mio telefono. Avevo solo un messaggio da parte di Abby che mi dava la buonanotte. Sorrisi, frenandomi dal rispondere. Dio, mi mancava. Era la prima notte che non stavamo insieme dalla notte Las Vegas e faceva schifo. Molto. Gli altri messaggi erano da parte di Thomas e dei gemelli. Lessi i messaggi e risposi.

Nessuna notizia.

È stabile.

Chiamerò se cambierà qualcosa.

La dottoressa Walsh entrò in silenzio, portando due tazze di caffè di polistirolo con il coperchio. Sembrava si fosse appena svegliata da un pisolino.

“Ehi.”

“Ehi.” Sospirai, strofinandomi gli occhi. “È per me?”

Mi passò una tazza e poi bevve un po’ della sua guardando Trenton dormire. “Ha ripreso il suo colorito. I suoi parametri sono buoni.”

“Da cosa lo deduci?” Chiesi.

Annuì verso la porta. “Ho visto i monitor alla stazione delle infermiere.”

“Sei rimasta qui per tenerlo d’occhio.”

“Per tenere d’occhio tutti i miei pazienti, ma sì, Trenton in particolare.”

La sua risposta mi spaventò. “Hai avuto il risultato di qualche test?”

La dottoressa Walsh esaminò Trenton dalla testa ai piedi. “Sì, il numero dei suoi globuli bianchi si è alzato notevolmente a cinquemila. Il numero delle sue bande di cellule immature dovrebbe essere di uno o due. Quello di Trenton è dodici.”

Mi accigliai. Non ne avevo mai sentito parlare prima. “Bande di cellule immature? Che intendi?”

“Le bande di cellule immature sono neutrofili che si staccano da un’infezione al midollo osseo, probabilmente contratto dopo la ferita. Gli somministreremo antibiotici intravenosi e dovrebbe stare bene in uno o due giorni.”

“Oh.” Dissi, sbattendo gli occhi. “Grazie.”

Sorrise, un ricciolo rosso le cadde davanti al viso. “È disidratato. Questo potrebbe aver compromesso l’abilità del suo corpo di combattere contro l’infezione. Ha un aiuto a casa?”

“Sì, certo. La sua ragazza ci tiene a lui. Lui è solamente testardo.”

“Lei dov’è?”

“Io…” Ci dovetti pensare un po’ prima di rispondere. “L’ho mandata a casa. Deve lavorare domattina. È l’unica fonte di reddito ora e…”

“Falle sapere che è il momento di diventare più testarda di lui.”

“Lo farò.”

La dottoressa Walsh uscì come era entrata, in silenzio. Le imposte erano chiuse, ma la luce entrava dalle fessure. Non completamente buio. Il buio che c’era prima che il sole sorgesse aveva creato ombre indistinte sulle pareti bianco sporco.

La bocca di papà era aperta come se fosse stata spalancata durante la notte. Il suo lieve russare mi era rimasto ben impresso dai tempi della mia infanzia e lo trovavo rilassante. Mi ricordavo vagamente quando si addormentava accanto alla mamma sul suo letto di ospedale, un duro ricordo che mi ostinavo a mantenere.

Guardai Trenton sul suo letto, ricordando a me stesso che tutto sarebbe andato per il meglio. Un anno fa, l’alternativa che io potessi avere il controllo su tutto sarebbe stata impossibile, ma dopo essermela cavata così tante volte, questa paura era diventata realtà. Trenton prima era stato irrequieto, come se avesse fatto un incubo, ma dopo che gli antibiotici avevano iniziato a circolare nel suo corpo, era caduto in un sonno profondo. La sua testa pendeva da una parte, il suo corpo affondava sul materasso poco costoso dell’ospedale. Speravo fosse l’ultima volta che vedevo uno dei miei fratelli morente su un letto di un ospedale. Almeno questa volta Trenton e papà si sarebbero svegliati con delle buone notizie. Thomas e i gemelli erano a un’ora o due di viaggio quindi avrei lasciato loro qualche altra ora per dormire prima di chiamarli.

Un ronzio proveniente dal vassoio a L rovesciato accanto al letto di Trenton mi invogliò a mettere giù il mio caffè e a prendere il mio telefono. Il nome del mio capo illuminò il display.

Ho bisogno di prendermi quattro ore oggi. Ho un paio di clienti, ho bisogno che tu copra il mio orario.

Digitai per rispondere. Mio fratello è all’ospedale. Chiedi a Ray.

Ray è malato.

Allora chiedi a qualcun altro. Questa risposta non poteva essere più diplomatica. Conoscendo Brandon, aveva incontrato qualche pollastrella in un hotel e la sua ragazza incinta non avrebbe scoperto che la stava tradendo… di nuovo. Non avrei lasciato da soli Trenton e papà per farlo scopare, ma il mio lavoro riusciva finalmente a pagare le bollette. Mantenerlo significava dover stare a stretto contatto con Brandon.

Se chiedessi a tua moglie?

Mi ci vollero cinque minuti per pensare ad una risposta. Brandon aveva imparato presto che parlare di Abby era un tasto dolente per me e lui amava farmi imbestialire.

Avevo bisogno del lavoro quasi quanto avessi bisogno di prenderlo a calci sul culo.

Brandon era l’unica persona sulla terra che avrebbe potuto nominare Abby in modo irrispettoso e passarla liscia, ma non si era mai spinto oltre la linea.

Se ti uccidessi mentre dormi? Ecco. Era una risposta abbastanza sarcastica, avrebbe pensato che stessi scherzando.

LOL. Bene. Chiederò a Luke.

Agganciai la chiamata e mi coprii la faccia con le mani. Appoggiai i gomiti sul materasso di Trenton.

“Ehi.” Sussurrò Trenton, toccandomi la testa. “Che succede? È venuta qui la dottoressa?”

Aggrottò le sopracciglia, il movimento creò una profonda linea tra di esse. Presi la sua mano e l’appoggiai sul materasso, dandole una leggera pacca. “Sì, ha buone notizie.”

Trenton guardò il soffitto e sospirò. “Grazie a Dio.” Dopo qualche secondo tirò un pugno al cuscino con la mano sana fino a quando il letto non si alzò e si mise a sedere. “Abbiamo i risultati delle analisi?”

“Alcuni. Sembra che tu abbia un’infezione al midollo osseo causata dall’incidente. Tornerà più tardi e ci spiegherà tutto, ma sarai dimesso tra un giorno o due.”

Trenton sorrise e poi si coprì la faccia. “Fanculo, sono così sollevato.”

“Hai pensato di morire, femminuccia?” Lo presi in giro.

“Non ne ero sicuro.” Disse Trenton. La sua espressione fece sparire il mio sorriso. “Ho avuto una fortuna del cazzo quest’anno.”

“Almeno non dobbiamo pagare.” Dissi, risedendomi e incrociando le braccia sul mio petto.

“No, merda.” Disse Trenton alzando un sopracciglio. “Quindi, cosa c’è che non va?”

“Oh, il mio capo voleva che andassi là. Ha fatto una battuta su Abby. Sto provando a non pianificare la sua scomparsa.”

Il letto di Trenton cigolò quando si mosse per stare più comodo. “La morte di Brandon è molto desiderata. Lo sapevi che è andato a letto con la moglie di John Bringham l’anno scorso?”

“Il poliziotto?”

“Sì. Quello che è stato rimosso dall’incarico per aver picchiato un tizio ammanettato. Brandon ne ha sentito parlare quindi è finito a scopare con sua moglie.”

Mi accigliai. “Mi fido di Abby, ma ho bisogno di questo lavoro e non mi ci vorrebbe molto a picchiare quel pezzo di merda.”

“Tienila solo lontano da lui così lui terrà le mani lontano da lei. Stai diventando bravo a controllarti, ma se mai lui la toccasse… che Dio lo aiuti.”

Annuii. Quello era il piano. Lo avrei dovuto spiegare meglio ad Abby.  Questo era un discorso che non mi sentivo di affrontare.

“Vai a casa.” Disse Trenton. “Riposa un po’ e porta papà con te.”

Scossi la testa. “Sai che non ti lascerò fino a quando non ti dimetteranno.”

“Non ho bisogno di tutti e due qui. Vai via, stupido. Nessuno ti vuole qui, ad ogni modo.”

Lo mandai a quel paese, alzandomi per afferrare le chiavi, il portafoglio e il telefono e poi mi piegai per toccargli una tempia. Gli diedi un bacio sulla fronte e poi lo salutai con la mano.

Il viaggio verso casa sui sedili posteriori di un taxi fu calmo e lungo. Ero grato che l’autista fosse troppo stanco per intraprendere qualsiasi tipo di conversazione, perché al momento la mia testa era un casino. Sapevo che sarei stato a letto con Abby per meno di un’ora prima che lei iniziasse la sua giornata. Quando il sole filtrò tra le nuvole dissi all’autista di parcheggiare vicino alla Camry e poi gli diedi un pezzo da dieci. Prima che potesse darmi il resto stavo già salendo gli scalini di fronte alla porta, inserendo la chiave nella serratura.

L’appartamento era buio, c’erano un paio di chiodi sottili sul pavimento e l’aria condizionata che usciva fuori dalle ventole era l’unico suono che si udiva.

Mi piegai per accarezzare Toto e poi afferrai il suo guinzaglio, accompagnandolo giù per le scale e poi per il vialetto di erba. Toto annusò ogni vaso, ogni lampione e colonna che il suo guinzaglio gli permetteva di raggiungere e poi finalmente, quando fu soddisfatto, tirò su la gamba. Mosse un po’ d’erba con qualche calcio vicino a dove aveva appena fatto la pipì come se avesse appena conquistato un’armata vichinga, quindi lo presi in collo, salendo gli scalini per sdraiarmi accanto a mia moglie.

Appoggiai Toto a terra, sganciandogli il guinzaglio e poi tornai indietro, togliendomi la maglietta mentre mi avviavo verso la camera. Quando aprii la porta cigolò e potetti vedere la sagoma di Abby muoversi. Mi tolsi gli stivali, sbottonandomi i jeans e li tirai giù levandomeli prima di andare sotto le coperte.

Abby mormorò quando avvolsi le braccia intorno a lei, appoggiando il culo contro la mia pancia e muovendo i fianchi. Mi indurii nel giro di dieci secondi, ma questo la spinse soltanto a strusciarsi di più.

“Hai finalmente deciso di tornare a casa?” Chiese.

Girai la sua schiena contro il mio torso, sentendo la sua pelle calda contro la mia. Profumava di shampoo agli agrumi e della sua lozione preferita. Ero in paradiso. Appoggiai la fronte contro l’attaccatura del suo collo e lei rabbrividì.

“Trent sta bene?”

“Sì.” Dissi, baciando la sua pelle morbida. “Starà bene. Starà in ospedale un’altra notte o due e poi hanno detto che potrà tornare a casa.”

Si rilassò. “Bene. Hanno detto che cosa c’è che non va?”

“Infezione al midollo osseo.” Dissi nascondendo la mia faccia dietro la sua schiena. Ogni parte del mio corpo la desiderava.

Si girò per guardarmi. “Che cavolo è?”

“Secondo te lo so? Non ne avevo mai sentito parlare. Solo ora che ce l’ha Trent.” Le baciai il collo, facendomi strada verso il suo orecchio.

Espirò col naso. “Devo portare Toto fuori.”

“Già fatto.” Dissi.

“Ti ho mai detto che sei il mio marito preferito?” Chiese, sorridendo mentre si stirava.

“Perché sono il tuo unico marito.” Dissi, premendo le mie labbra contro le sue.

Mi spinse contro il materasso fino a quando non guardai il soffitto. La sua bocca era sul mio collo, lo stava assaporando alternando baci e carezze con la lingua. Mormorò quando tracciò una linea lungo la mia clavicola e poi sparì sotto le coperte passando la lingua giù sul mio petto e sugli addominali fino a quando non raggiunse i miei boxer con un rapido movimento con la morbida mano.

“Santo Dio, Pidge.” Gemetti, reagendo alla sensazione della sua bocca calda e bagnata intorno al mio cazzo. Mi coprii la faccia con una mano, chiedendomi cosa avessi fatto per meritarmi la donna che avevo sposato. Dieci minuti prima, volevo solamente abbracciarla. Ora che era tra le mie gambe e teneva il mio membro tra le mani mi stava dimostrando esattamente quanto fosse felice del fatto che io fossi a casa.

Riemerse dalle coperte e mi guardò con i suoi stanchi e seducenti occhi grigi. Piegai la testa per guardarla, facendo scorrere il pollice lungo la sua guancia, scuotendo la testa con stupore. Ogni giorno pensavo di non poterla amare più di così, ma lo facevo. L’avevo sempre fatto. Qualche volta pensavo a quanto sarebbero stati forti i miei sentimenti un anno dopo, o dieci anni dopo, questa cosa mi spaventava come l’inferno ed io non avevo mai paura di niente.

“Chi è la moglie migliore?” Chiese, abbassando la testa quando in nostri sguardi si incontrarono.

“Tu.” Dissi, rilassando la testa. “Sei meglio della migliore. Non puoi essere paragonata.”

La sua testa si abbassò di nuovo e i miei occhi si chiusero, dimenticando tutto eccetto lei.


Capitolo Sedici: Barbari

::Abby::

America sospirò, la sua pelle oliata risplendeva sotto il primo sole di giugno. Il suo bikini copriva meno del mio, era composto da una fascia a bande orizzontali bianche e corallo e uno sfacciato slip coordinato che permetteva di far abbronzare la maggior superficie possibile. Il ghiaccio nel suo bicchiere tintinnò quando lei lo mescolò, così come ogni altra cosa ad Eakins. Ci stavamo bruciando la pelle allegramente nel più remoto angolo della piscina recintata che era nascosta nel mezzo del complesso di edifici. L’acqua schizzava e America ringhiava, alzando la testa per guardare i disadattati con cui con cui dividevamo lo spazio.

“Mare.” La avvertii.

“Lascia che li sgridi solo una volta. Solo una.”

“Poi ti prenderanno in giro. Sono i ragazzi di Marsha Becker. Li lascia correre per tutta la proprietà come barbari e poi urlano contro le persone per avere l’audacia che i loro genitori hanno. Lasciali stare e basta. L’acqua è fantastica come mai, ad ogni modo.”

“Fino a quando non realizzi che hanno fatto pipì in quest’acqua.” Borbottò, rimettendosi i suoi larghi occhiali da sole quadrati.

Ridacchiai guardando la mia migliore amica. Il suo profilo era perfetto, con le labbra imbronciate, il naso all’insù, la mascella e gli zigomi dolcemente definiti. Avrebbe potuto essere una modella o un’attrice di Los Angeles se non mi avesse seguito alla Eastern State.

“Quindi Trent starà bene. È un sollievo.” Disse. “So che i genitori di Shepley sono venuti a trovarlo oggi. Penso che Jim fosse molto preoccupato.”

“Sì, ma è bravo a nasconderlo.”

“Deve essere questo il motivo per cui ci vai tanto d’accordo.” Disse con un ghigno. “Congratulazioni per la cosa con quel professore, ad ogni modo. Lo stage o quello che è. Sono così orgogliosa di te. Hai lavorato sodo.”

Sorrisi sentendomi incondizionatamente affezionata a lei in quel momento. “Mare, ricordi quando ci siamo conosciute?” Chiesi. “Il primo giorno, intendo.”

Alzò le sopracciglia e mi guardò da dietro gli occhiali da sole. “Come potrei dimenticarlo? Eri già così sicura, introversa, persa, estranea e abbandonata. Ti ho amata dal primo momento che ti ho messo gli occhi addosso. Il primo giorno del terzo anno delle superiori.”

Mi girai sulla pancia, sorridendole. “Non mi amavi. Era solo una cotta.”

“No, era amore. Presi posto accanto a te di mia spontanea volontà e ti ho chiesto di venire a casa mia nel giro di cinque minuti. Eri da me quella sera a cena e non te ne sei mai andata. Per la maggior parte del tempo.”

“I tuoi genitori erano fantastici. Mia madre era…”

“Un’alcolista.” Il suo sorriso svanì. “Le hai parlato?”

Scossi la testa. “Penso che non sappia nemmeno che sono sposata. Quanto è incasinata la cosa?”

“Lui ha chiamato?”

“Mick? No.” Dissi, scuotendo la testa. “Travis lo ucciderebbe se lo facesse e conosci Mick. Sempre un codardo.”

America guardò la piscina. “Travis dovrebbe metterlo in riga. Sai cosa mi sono chiesta riguardo all’altro giorno, quando tu e Travis vi siete sposati a Las Vegas?”

Provai a non cambiare espressione, per paura di doverle ricordare che era meglio se non sapeva tutta la verità. America sapeva che eravamo all’incontro e sapeva che eravamo scappati, ma avrebbe potuto fare qualcosa di stupido se avesse saputo dei federali e volevo tenerla il più lontano possibile da questo casino.

“Hai incontrato Jesse?” Chiese.

La sua domanda mi fece abbassare la guardia. Jesse era stato lontano dei miei pensieri dalla prima volta che avevo portato Travis a Las Vegas. “Perché me lo chiedi?”

“Non lo so. Mi è solo venuto in mente e l’ho immaginato mentre ti guardava con l’abito da sposa e vomitava.”

Vomitava?” Mi rigirai e mi sedetti piegando la seggiola ripieghevole dove ero sdraiata. Mi misi i capelli da una parte, pettinandoli con le dita prima di acconciarli in una treccia laterale. Dopo tutto mi arrivavano più in giù del seno. Stavano diventando più lunghi e più chiari a causa del sole d’estate, una versione più bionda delle mie normali ciocche caramello. Non ero una modella come America, ma avevo ai miei piedi Travis Maddox. Il mio sguardo non era disgustoso, specialmente non lo era stato il giorno del mio matrimonio. “Mi sento offesa.”

“No, scema.” Rise. “Vomitava perché si sentiva male al pensiero che tu stessi sposando qualcun altro. Era fortemente convinto che voi due vi sareste sposati fino al giorno che hai lasciato Las Vegas. E a giudicare dai messaggi che ti ha mandato per quasi tutto l’anno successivo, l’ha pensato per un po’.”

“Belle tette.” Disse uno dei Becker, alzando le sopracciglia nella mia direzione prima di scappare e tuffarsi nella piscina. Tra le risatine e i cinque immaginai si fosse trattata di una scommessa.

America aprì la bocca, ma le feci segno di non parlare.

“Non lo fare.” Dissi. “E sapevo che Jesse lo pensava. Ma no, non l’ho visto.”

“Sono sorpresa che ti abbia lasciato vincere i soldi per Mick. Pensavo ti odiasse.”

“Probabilmente è così.”

America si stiracchiò, inclinando la testa. “Oh, bene. Non che volessi vedere questo dramma realizzarsi sia chiaro.”

Piegai il collo, guardandola.

“Cosa? Ha percorso tutte le strade di Wichita per vederti. Non l’hai neanche mollato per bene. Anche i miei genitori erano sconvolti.”

Chiusi gli occhi provando ad impedire che i ricordi invadessero la mia mente. “Dovevi proprio parlarne?”

“Stavo solo pensando a lui l’altro giorno. Mi chiedevo cosa avrebbe pensato, o come avrebbe reagito vedendoti. Se non avesse… evitato una crisi.”

Mi accigliai, guardando i barbari di Marsha Becker spingere due piccole ragazzine inconsapevoli nella piscina. Jesse mi amava ed io avevo provato per molto tempo ad amarlo. Era un posto sicuro dove andare quando mia madre era ubriaca e Mick aveva una delle sue sbornie. Jesse era sempre gentile, di parole dolci e affezionato. Questo fino a quando non ho sposato Travis e ho realizzato perché fosse impossibile amare Jesse. Ovvero essere la signora Maddox. “Ti chiedi cosa starebbero facendo Travis e Shep se non ci fossimo trasferite ad Eakins?” Chiesi.

“Non me lo chiedo, lo so. Shepley sarebbe nel suo appartamento, se fosse stato ancora il suo appartamento, e Travis sarebbe in cella con Adam.”

“Non dirlo.” Dissi, disgustata.

“Sarebbe andato a quel combattimento a Keaton Hall, sarebbe scoppiato l’incendio…”

“Adam stava provando a tenere un basso profilo perché il combattimento era già stato fissato. Hanno usato le lanterne per non attirare l’attenzione perché la polizia si era presentata all’ultimo combattimento. Sono venuti perché era scoppiata una rissa, la rissa era scoppiata perché quello stronzo mi ha attaccata. Se non fossimo venute forse nemmeno l’incendio sarebbe mai scoppiato.”

America alzò un sopracciglio. “Abby, se non avessero condotto combattimenti illegali in vecchi edifici con così tante persone e così poche vie d’uscita, nessuno sarebbe stato lì quando è scoppiato. Nessuno sarebbe morto. Tutti facciamo delle scelte. E non lasciare che Travis ti senta parlare in questo modo. Si sente già uno schifo senza che tu incolpi te stessa.”

“Non ne sto parlando con Travis. È per questo che ne parlo con la mia migliore amica.”

“E la tua migliore amica ti sta dicendo che sei un’idiota. Smettila. Ad ogni modo, non siamo venute qui per parlare dell’incendio, o di Jesse, o di vomito. Stiamo parlando del tuo matrimonio.”

“Ehi, bionda, vieni a sederti su di me.” Urlò uno dei Becker.

America strinse i pugni e gli mostrò il dito medi con orgoglio.

“Mare!” La rimproverai.

Lei non era niente meno che soddisfatta.

Stesi di nuovo la sedia. “Per favore nessuna chiacchierata matrimoniale oggi. Ti ho detto che lo potremmo fare. Solo per te. Io non voglio un altro matrimonio, ricordi?”

America tirò fuori un’agenda e una penna dalla sua borsa da spiaggia. “Quindi, stavo pensando a St. Thomas. Ma perché te lo chiedo? Perché non abbiamo bisogno di passaporti, è bellissima, non è una meta comune per matrimoni e il Ritz-Carlton è un buon luogo d’incontro con tutta l’attrezzatura per un matrimonio.”

“Sembra fantastico.” Dissi.

America diede un’occhiata ai suoi scarabocchi e poi prese una penna dal mezzo, aprendola. “Speravo dicessi sì! Sarà perfetto! Okay. Seconda domanda. Colori. Stavo pensando al turchese, al corallo, al rosa, ai colori del mare e al crema. O possiamo andare più sull’audace e fare tutto viola e arancione, ma preferisco i primi.”

“I primi, sì.”

Batté le mani.

“L’ho toccato.” Urlò uno dei Becker. “Due volte.”

America espirò con il naso, provando disperatamente ad ignorarli. “Ora, per prenotare. Il Ritz ha un fantastico ristorante esterno chiamato Sails. Ci sono questi fantastici tendoni che aprono e fanno da soffitto perché nei Caraibi piove, lì apriranno come delle tende per proteggerci da eventuali docce passeggere. Possiamo anche spostare la cerimonia di nozze là se necessario.”

“Fantastico.”

Gridò. “So che non è il tuo stile, Abby, ma sarà bellissimo e tutti andremo là e sarò una bellissima damigella d’onore.”

“Sì, lo sarai.”

“Un’ultima cosa.” Disse seria. “La data.”                 

“Immagino che tu l’abbia già scelta.”

“Bene, ha senso per me farlo per il vostro primo anniversario. Cade durante le vacanze di primavera del prossimo anno, ma è di domenica, quindi perderemo almeno il primo giorno di lezione dopo le vacanze.”

Provai a non sorridere, ma fallii. Il nostro primo anniversario sembrava così lontano e già ne parlavamo. Sarei stata sposata con Travis Maddox per un anno intero e poi avremmo iniziato il secondo.

“Che c’è? Hai fatto una faccia strana.”

Risi, guardando in basso. “Io…  lo amo.”

“Ventuno marzo, quindi?” Chiese, rimettendo a posto l’agenda.

“Ventuno marzo.”

Uno dei più grandi dei Becker si tuffò nella piscina tenendosi le ginocchia sul petto, lanciando addosso a me e ad America un mare d’acqua. Sussultammo, sedendoci con la bocca aperta.

“Mare!” Lo dissi troppo tardi.

Era in piedi con la borsa da spiaggia in mano gocciolante mentre infilava i piedi nudi nelle scarpe. “Voi piccole merde! Eravate meglio quando eravate solo degli spermatozoi che correvano nel corpo di vostra madre!”

Tutti nella piscina rabbrividirono guardandoci.

“Oh, cavolo.” Dissi, radunando le mie cose e infilando i miei inguinali shorts di jeans. “Vattene prima che Marsha senta cosa hai appena detto.”

“Spero l’abbia sentito!” Strillò America. “Qualcuno deve dirglielo! I suoi figli sono delle piccole bestie! Sei una codarda!” Urlò, camminando fuori in direzione del mio appartamento.

“Dì a tua madre che la piscina in comune non è una cazzo di baby-sitter!” Ne indicò uno. “E tu hai bisogno di un taglio di capelli!” Ne indicò un altro. “E tu hai bisogno di un tutore! Gesù Cristo! Sarei imbarazzata se avessi una mandria di odiosi mocciosi per figli! Sapete perché vostra madre non è qui con voi? Perché è seduta in casa a nascondersi dalla società, umiliata dall’orribile lavoro che ha fatto!”

“Oh cazzo, America, sei diventata pazza! Cammina! Cammina!” Le ordinai.

I fratelli Becker risero fragorosamente, felicissimi per la reazione di America.

 “Avrò figlie femmine e saranno ben educate!” Disse, indicando ovunque. Sembrava pazza.

“In questo modo te la stai solamente gufando.” Dissi, camminando insieme a lei verso l’appartamento. “Ora sei destinata ad avere un mucchio di ragazzini turbolenti e ripugnanti.”

“No, non è vero. Due gemelle con vestitini immacolati che schiaffeggeranno i coglioni come i Beckers.”

Aprii la porta e poi la richiusi dietro America, appoggiando la mia borsa, gli occhiali e le chiavi sul banco della colazione. America si sedette sul divano già assorta nei social media sul suo telefono. Mi levai i sandali e li portai in cucina chiedendomi cosa scongelare per cena. La casa era pulita, il bucato fatto. L’unica cosa da fare era cucinare. Guardai l’orologio appeso in cucina. Travis sarebbe rientrato a casa entro la prossima ora e…

“Pigeon?” Mi chiamò Travis aprendo la porta. Lanciò le chiavi vicino alle mie ed annuì in direzione di America. Appena mi vide si illuminò. “Ehi, piccola.”

“Ehi…” Dissi, sorridendo appena arrivò in cucina e avvolse le braccia intorno a me.

Dopo molti baci America gemette e si alzò. “È arrivato il momento che io vada. Chiamatemi dopo. Tornerò a Wichita domattina.”

“No…” Piagnucolai, camminando verso di lei. “Non puoi rimanere qui?”

“Mark e Pam non sono fantastici come pensi.” Disse, sporgendo le labbra. “Papà ha paura che se passo troppo tempo con Shep, voglia scappare con lui. Hanno già rifiutato l’idea del trasferimento.”

“Scappare? Non posso immaginare da dove abbiano tirato fuori questa idea.” Disse Travis baciandomi la guancia prima di aprire il freezer. Tirò fuori un pacchetto di petti di pollo e li gettò nel lavandino. “Loro dovrebbero venire qui. Vedere che Abby non è triste. È dannatamente felice. Me ne assicuro io.” Mi fece l’occhiolino e provai a fermare le farfalle nello stomaco.

“Non vogliono che mi sposi prima della laurea. Nemmeno io, ma Wichita fa schifo! E mi mancherà Shep. E voi due ragazzi, ovviamente.”

Le pizzicai un fianco e lei emise un urletto. “Tornerò prima di diventare pazza.” Mi abbracciò, mi baciò la guancia e poi sparì dietro la porta.

Il mio cellulare squillò poco dopo, segnalando un messaggio da parte di America. “Certe cose non cambiano mai.” Dissi.

Sono orgogliosa di Travis. Non ha menzionato il tuo bikini nemmeno una volta.

“Non indossavi questo fuori, vero?” Chiese Travis.

Ridacchiai.

“Che c’è?” Chiese.

Gli lanciai il mio telefono, lasciandogli leggere il messaggio di America. Tirò indietro la testa, odiando essere una persona scontata. “Ehm… Non posso farci niente. Guardati.” Disse, indicandomi con tutte e dieci le dita. Mi prese in braccio di nuovo, ricoprendo di piccoli baci la mia faccia e il mio collo. “Non è facile avere una moglie così bella.”

“Ti abituerai.”

“Sì, signora.”

“Come sta Trent? Ti ci sei fermato?”

“No, è stato dimesso presto nel pomeriggio. Penso che dovremmo passare dopo cena. Starà da papà mentre Cami è a lavoro.”

“Bel piano!” Dissi, aprendo l’armadio. Guardai i barattoli di verdure, provando a decidere tra granturco, piselli o fagiolini. “Che facciamo per cena?”

“Stavo per accendere la griglia.”

“Quindi mais e purè allora?” Chiesi.

“Mi sembra perfetto. Quindi… Netflix e tranquillità?”

Lo guardai. “Siamo così noiosi.”

“Mi piace la noia. La noia è bella.”

Qualcuno suonò alla porta e lasciai Travis solo in cucina per andare a rispondere. “Mare deve avere lasciato qualcosa o forse è Marsha Becker.”

“Marsha Becker?” Chiese Travis, arricciando il naso.

“Se è lei, lo scoprirai presto.” Dissi prima di girare il pomello e tirare la porta. “Salve.”

“Salve.” Disse l’uomo di fronte a me con un sorriso malizioso. I suoi muscoli uscivano dalla sua maglietta come quelli di Travis e mi guardava come Travis guardava ogni cosa con una vagina prima che si innamorasse di me. “C’è Travis?”

“Brandon?” Disse Travis, irrigidendosi immediatamente. “Che fai qui?”

“Ho pensato di fermarmi.” Disse superandomi. Si guardò intorno guardando ogni angolo del nostro appartamento, poi mi squadrò dalla testa ai piedi. Incrociai le braccia, sentendo i suoi occhi appoggiarsi su ogni mia curva. Non aiutava il fatto che fossi in costume e pantaloni inguinali durante il mio primo incontro con il capo di Travis. “Volevo incontrare la donna che ha addomesticato Travis Maddox.”

La mascella di Travis tremò, le sue mani si strinsero a pugno. Se Brandon mi avesse guardato un’altra volta, avevo paura che l’avrebbe attaccato.

“Tesoro.” Dissi, camminandogli intorno fino a quando non fui dietro di lui. “Stavamo per cenare. Non pensavo che il tuo capo sarebbe venuto. È stato un piacere conoscerti, Brandon, ma possiamo fare un’altra sera?”

Brandon sbatté le palpebre, sorpreso dal mio rifiuto. “Ehm… Sicuro. Sì, mi scuso per l’intrusione. Sono andato a fare visita ad un amico che sta qui vicino, e d’impulso ho pensato di fermarmi. Hai ragione. Trav è sposato ora. Non posso capitare in qualsiasi momento.”

“Va bene.” Dissi. “Buona serata.”

“Ci vediamo domani, Trav.” Il suo sguardo si posò su di me. “Spero di vederti di nuovo.”

Travis piegò la testa, guardando uscire Brandon come un assalitore pronto a fare una mossa. Nel momento in cui la porta si chiuse, le spalle di Travis si rilassarono e ricominciò a respirare.

“’Fanculo.” Disse, massaggiandosi il collo. “C’è mancato poco.”

“Che diavolo era quello?” Chiesi, camminando per chiudere la porta.

“Era Brandon Kyle che mi stava fottendo.”

“Gli fai fare un sacco di soldi. Perché dovrebbe?”

“Non lo so.” Disse Travis, ritornando al lavello. Fissava la finestra, guardando Brandon camminare lungo il parcheggio davanti all’edificio vicino al nostro. “Ho la sensazione che lo scopriremo.”

 
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CAPITOLO DICIASSETTE: un diamante non è abbastanza

 

Travis

 

Invece che al tavolo, io ed Abby mangiammo la cena seduti sul vecchio tappeto del soggiorno di papà. Abby aveva fatto un vassoio per papà e Trenton si rilassava sul consumato divano, circondato da cuscini e usando la sua pancia come tavolo. Otto diversi medicinali erano allineati sul braccio del divano accanto a lui. 

 

Sorrisi quando vidi Abby sollevata sulle ginocchia cercando di raggiungere la bocca di Trenton con un pezzo di pollo arrosto su una forchetta. Mio fratello e mia moglie scoppiarono a ridere. Papà li guardava sorridendo. Ad ogni modo sembrava che in casa ci fosse ancora la mamma, nessun'altra cosa avrebbe potuto rendere papà così felice. 

 

I denti di Trenton graffiarono la forchetta quando Abby la tirò fuori dalla sua bocca e lei sussultò. "Oh no! Sai che lo odio!" 

 

Trenton sorrise, masticando. "Lo so."

 

Abby strinse le labbra, afferrando un pezzo di pollo e tirandolo in direzione della faccia di Trenton. Lui se lo doveva essere aspettato perché aprì la bocca e il pezzo gli finì proprio dentro. Masticò e lei lo guardò un po' arrabbiata.

 

"Buono, Abby!" Disse Trenton.

 

Lei si addolcì immediatamente. "La ricetta è di Trav."

 

"Delle mamma." Disse Trenton.

 

Lei si voltò verso di me. "Seriamente?" 

 

Io annuii e lei impallidì. "Andiamo Trav. Devi dirmi queste cose. Non posso servire una brutta copia del pollo arrosto di tua madre a tuo padre."

 

"È identico." Disse Papà. "Quasi."

 

"Quasi." Disse Abby, imbronciandosi spostando il cibo sul piatto.

 

"Scusa Pidge. Non ci avevo nemmeno pensato. Ho preparato la cucina di mamma per anni, ma guarda." Dissi, mostrandole il mio piatto vuoto.

 

Abby si accigliò. "Sei un cuoco fantastico. Questa è l'unica ragione per cui ti ho sposato."

 

Annuii, sorridendo per nascondere l'imbarazzante fatto che fossi veramente ferito. "Oh, davvero? Bene,io  ti ho sposato solo perché…" Abby sollevò un sopracciglio e io deglutii. "Sei meschina."

 

"Mi hai sposato perché sono meschina?"

 

"Una delle tante ragioni."

 

Alzò una spalla, prendendo un pezzo di pollo. "Ad ogni modo. Siamo sposati."

 

Se papà e Trenton non fossero stati là, l'avrei presa tra le mie baccia e le avrei chiesto di nuovo di sposarci. Abby raramente mi lanciava queste frecciatine, ed io passavo da essere un marito coglione ad un fidanzato disperato in un secondo.

 

"Tesoro." Dissi, incapace di nascondere il sentmento nella mia voce. La cosa più dura dell'essere il marito di Abby era trovare nuovi modi per dimostrarle che lei era il mio tutto. Fiori e appuntamenti erano cose inferiori rispetto a chiederle di essere mia moglie. Il fatto che io non le avessi chiesto ufficialmente di sposarmi mi irritava. Abby me lo aveva chiesto. Io le avevo comprato l'anello e avevo idealizzato diversi scenari, ma nessuno di essi era alla sua altezza.

 

Abby finì l'ultimo pezzo e poi mise a posto il piatto, sorpassandomi. Mi diede un piccolo bacio sulla guancia e poi prese il mio piatto vuoto. "Ha finito qualcun altro?"

 

"Li prendo io, Abby." Disse papà, alzandosi velocemente dalla poltrona mentre provava a spingere via il vassoio. "Tu hai cucinato. Io pulisco."

 

"Non scherzare." Disse Abby, prendendo il suo piatto. "Sono quattro piatti, quattro forchette e una casseruola. Penso di potercela fare."

 

Papà guardò Abby passandogli il suo piatto e quello di Trenton, sorridendo quando lei avanzò allegramente verso la cucina. "Lei è un sacco di cose, ma non meschina."

 

"Sì, lo è." Dissi, guardandola con uno stupido sorriso mentre sciacquava I piatti nel lavandino. "Ed io ero serio. Piuttosto che essere venerata da qualcun altro Pigeon sarebbe meschina anche con me."

 

"Sei una fottuta checca, Travis. Non è meschina." Disse Trenton.

 

Alzai gli occhi al cielo e mi rilassai sul cuscino. "Dio, non posso aspettare che tu stia bene per tirarti un pugno in faccia."

 

"Devi prima togliere tutta la sabbia dalla tua vagina."

 

Lo raggiunsi e lo strattonai per i capelli e Trenton gridò.

 

"Oh, coglione! Non sto bene."

 

"Travis Carter." Mi ammonì Papà.

 

Alzai le mani al cielo. "Come fai a convivere con te stesso, sapendo di essere un bugiardo?"

 

Papà rise, spostando il vassoio dalla sua poltrona per appoggiare I piedi e dondolare. "Me lo chiedo tutte le volte che ti vedo."

 

Trenton rise fragorosamente e poi appoggiò una mano sullo stomaco, gemendo. "Oh, cazzo. Non farmi ridere. Mi fa male tutto."

 

"Trav." Mi rimproverò Abby dalla cucina. 

 

"Scusa, Pidge!" Dissi. Accigliandomi in direzione di Trenton. "Smettila di piangere, mi metterai nei guai."

 

"Mi fa male qui, coglione."

 

Gli tirai una pacca sul ginocchio. "Io sono un coglione? Tu sei più coglione caratterialemente di quanto tu non lo sia nelle mutande."

 

Trenton rise di nuovo poi gemette. "Ti odio. Smettila."

 

Sospirai, guardando indietro per assicurarmi che Abby fosse ancora impegnata. "Quindi… Brandon Kyle è venuto a casa nostra oggi. Inaspettatamente. Squadrando mia moglie."

 

Quello che era rimasto del sorriso di Trenton svanì nel sentire nominato il nome del mio capo. "Che cazzo ha fatto?"

 

"Chi è questo?" Chiese papà.

 

"Brandon Kyle. Possiede l'Iron E." Disse Trenton. "È andato a letto con almeno due delle mogli e ragazze dei suoi allenatori. La maggior parte erano ragazzi con un brutto carattere. Brandon lo vede come uno sport."

 

Papà fece un cenno nella nostra direzione. "Bene, ma quelle mogli non erano Abby Maddox, giusto?"

 

Papà mandò immediatamente il mio cuore in tilt dicendo il nuovo nome di Abby. Brandon ci avrebbe potuto provare tutto il giorno, ma non sarebbe mai accaduto. Anche se, l'idea di quel coglione che andava dietro a mia moglie mentre mi sorrideva mi faceva venire voglia di ucciderlo. 

 

"Pensavo che avessi detto che stavi risolvendo la cosa, no?" Chiese Trenton.

 

"Lo sto facendo. Per questo non mollerò." Dissi. C'era solo una cosa a cui Brandon pensava più di quanto pensasse ad un culo: il denaro.

 

"Bene, hai bisogno di tenere il profilo basso per un po'." Disse papà. "Non lasciare che qualche idiota con il desiderio di morte ti metta di nuovo sotto I riflettori."

 

Papà aveva ragione. Non c'era bisogno di rispondere. Essere schedati per aggressione avrebbe significato andare contro quello che avevano fatto Abby e la mia famiglia per me. Qualunque cosa essi sapessero o no.

 

"Cambiando argomento." Iniziai. "America ha parlato molto di questo secondo matrimonio senza senso. Io le ho comprato l'anello, ma ho realizzato che non le ho fatto una vera e propria proposta."

 

Trenton rise. "Cosa? Le hai solo infilato l'anello, stronzo?"

 

"No." Mi accigliai, guardando Abby in cucina. Stava asciugando la casseruola con un asciugamano per i piatti, aveva quasi finito. La conversazione doveva essere sbrigativa. "La cosa a Las Vegas è stata una sua idea. Io avevo già comprato l'anello, quindi gliel'ho dato, ma non c'è stata una vera e propria proposta. Siccome il matrimonio verrà rifatto, ho pensato che anche la proposta dovrebbe esserlo."
 

Papà sorrise. "Bella idea, figliolo."

 

Trenton sorrise. "Un flash mob. Le pollastrelle adorano I flash mob."

 

"Sei inutile." Dissi impassibile.

 

"Okay." Disse Abby con un bicchiere di acqua ghiaccia in mano. "Sai che ora è, Trent?"

 

"L'ora del porno?" Chiese Trenton, diretto.

 

Gli sguardi di Abby e di papà si incrociarono.

 

"Cosa?" Chiese Abby. "Che schifo. No. È ora di prendere tue pillole."

 

Trenton sospirò. I coperchi vennero aperti uno dopo l'altro. Bevve mezzo bicchiere d'acqua per ingoiare e poi passò il bicchiere ad Abby. "Grazie, sorella."

 

Abby portò il bicchiere in cucina e poi tornò indietro con le mani increspate per averle tenute immerse nell'acqua del lavandino. Ad ogni modo intrecciai le sue dita con le mie, anche se pensavo che fossero stranamente dure e spugnose allo stesso tempo.

 

Il cielo stava cominciando a cambiare colore, mi alzai e portai Abby con me. Abbracciò papà e le baciò la guancia, poi abbracciò Trenton, assicurandosi che non avessero bisogno di altro prima di andarsene.

 

"Vuoi che domani prenda il pick-up e lo rimetta in moto?" Chiesi.

 

Papà scosse la testa. "Forse è meglio venerdì."

 

Ci accompagnò fino alla porta principale e ci salutò con la mano quando uscimmo dal vialetto. Abby parlava delle cose noiose di cui avevamo bisogno al negozio di alimentari e delle bollette scadute, mentre io mi preoccupavo del piano per farle la proposta. Ora che ci avevo pensato, dovevo farlo, e nessuna altra cosa era più importante. Ad ogni modo doveva essere bella, fantastica, qualcosa che le ricordasse quanto lei significasse per me.

 

"Quindi, carta igienica e nuove tende per la doccia al supermercato. Qualcos'altro?" Chiese. Aveva grandi occhiali da sole da aviatore fuori misura sulla punta del naso ed i suoi capelli erano legati in una morbida coda di cavallo alta. Indossava una delle sue magliette preferite, degli shorts e dei sandali. Niente di speciale a dirla tutta eppure non l'avevo mai vista così bella. Non c'era un giorno in cui non pensassi che non fosse possibile amarla di più eppure il giorno dopo avrei voluto rimangiarmi tutto.

 

"Trav?"

 

"Eh?"

 

"Possiamo passare dal supermercato mentre andiamo a casa?"

 

"Oh, certo." Dissi, girando nel vicolo a sinistra. Avevo già passato la strada più veloce per Walmart.

 

"Stai bene?"

 

"Io? Sì."

 

"Sei preoccupato per Trenton? Sembrava stare bene oggi. Ritornerà il saputello di prima in men che non si dica."

 

"Ti vuole bene, lo sai."

 

Abby si portò una mano al petto. "Lo so. Anch'io gliene voglio."

 

"Tutta la mia famiglia ti vuole bene. Sei una di noi."

 

La beccai mentre mi faceva l'occhiolino sotto agli occhiali da sole. "Questo era parte del piano." Quando non risposi alla sua frecciatina mi prese la mano e la strinse. "Trav, perché mi stai dicendo questo?"

 

"Sono solo un emerito coglione, Pidge. Mi fai sembrare buono a tutti quelli a cui tengo perché finalmente ho fatto qualcosa di giusto."

 

"Basta. Loro non lo pensano."

 

"Non manderò tutto a puttane. Te lo giuro."

 

Alzò le sopracciglia. "Trav. Che cosa stai dicendo?"

 

Guardai davanti, tenendo gli occhi sulla strada. "Non voglio che ti preoccupi di Brandon, o del mio lavoro… Ce la posso fare. Ti renderò fiera di me."

 

"Sono già fiera di te." Disse.

 

Quando mi guardava in quel modo, non importava nient'altro. Portai la sua mano alla bocca e le baciai le dita.

 

"Sono felice che tu lo dica." Disse, appoggiando i piedi nudi sul cruscotto, i suoi alluci macchiarono il parabrezza che avevo pulito soltanto la sera prima. Non me ne importava. Potevo pensare soltanto a quanto fossero belli i suoi piedi.

 

"A cosa si deve questo?" Chiesi.

 

"Perché abbiamo aspettato così tanto? Eppure questo è il paradiso." Disse, sdraiandosi e appoggiando la testa sul poggiatesta. La brezza serale d'estate entrava dal finestrino, i suoi capelli si attorcigliavano con il vento.

 

Avrei potuto affrontare una guerra, una montagna, un gigante, o qualunque altra cosa che la vita mi avrebbe posto davanti. Brandon Kyle era un pezzo di merda a cui piaceva giocare con il fuoco, ma Abby Maddox era mia moglie, mi amava, e non era mai sembrata più felice. Eravamo pronti a camminare attraverso dieci corridoi di cose di cui non avevamo bisogno ma che probabilmente avremmo messo nel carrello, ad ogni modo, cercavamo la carta igienica e questo sarebbe stato uno dei tanti milioni di momenti sdolcinati con lei che sembravano così perfetti che erano tutto fuorché ordinari.

 

Quello era esattamente il motivo per cui eravamo intoccabili. L'FBI non era tornata, i giornalisti della scuola non erano tornati. Anche Parker non aveva più infastidito Abby. Eravamo sposati da tre mesi, più lungo di quanto molte persone avevano pensato che potessimo resistere e non c'erano separazioni in vista.

Almeno, in quel momento, era quello a cui credevo.